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«Per i ribelli del Sud una Guantanamo a Macao o Timor Est»

«Per i ribelli del Sud una Guantanamo a Macao o Timor Est»
di MARISA INGROSSO 
Nuovi documenti emergono dagli Archivi della Farnesina: già un anno dopo l'Unità d'Italia, i Piemontesi tentarono di deportare i ribelli Meridionali in una colonia portoghese nell'Oceano. Quel piano diabolico fallì e così furono allestiti due lager al confine con la Francia. Fulvio Izzo: vi furono internati 30.000 giovani del Sud, molti morirono di freddo e di stenti
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14 Ottobre 2009

BARI - La notizia (pubblicata dalla Gazzetta) che, per sconfiggere il Brigantaggio, la neonata Italia ha tentato di disfarsi dei Meridionali anti piemontesi deportandoli in una «Guantanamo» lontana mille miglia dal Belpaese, ha destato scalpore. Decine di e-mail sono arrivate in redazione. Molte sono di cittadini sgomenti: ignoravano questa parte di Storia, della «loro» Storia. 

Ma i documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina offrono nuove sorprese. Infatti, da un dispaccio emerge che, manco un anno dopo l’Unità d’Italia, il nuovo regime stava già tentando di spedire all’estero i «ribelli» del Mezzogiorno. Si tratta di un documento datato 17 novembre 1862. Lo firma il ministro a Lisbona, della Minerva, e il destinatario è il ministro degli Esteri, Giacomo Durando (che era di Mondovì, in provincia di Como). 

Della Minerva “stoppa” i Piemontesi e li avvisa che il loro piano è stato scoperto e reso pubblico da alcuni (non meglio identificati) giornalisti. Il messaggio, tradotto dall’originale che è in francese, fa esplicito riferimento al fatto che il carteggio contenente le trattative tra Italia e Portogallo «per la cessione di isole nell’Oceano, allo scopo di relegarci i briganti» è stato pubblicato. Durando deve quindi sapere che la pressione esercitata da un’«opinione pubblica» sdegnata, ha costretto le autorità portoghesi a smentire ogni cosa. «Io penso che, per il momento - conclude Della Minerva - è meglio sospendere» ogni iniziativa e tentare di portarla a termine «con successo» in un «secondo momento». 

Quindi alle «mete» di deportazione già riportate dalla Gazzetta (ovvero il Borneo, un’Isola dello Yemen, un tratto desertico tra Argentina e Patagonia, un pezzetto di Tunisia), bisogna aggiungerne di nuove. Ma in quale colonia oceanica del Portogallo, l’Italia neonata voleva spedire i meridionali anti Savoia? Venirne a capo non è semplice. I portoghesi, infatti, furono tra i più attivi (e longevi) colonialisti. Già nel XVI secolo erano i numeri uno. 

Prendendo a riferimento il documento odierno, possiamo certamente escludere che si tratti di terre dell’Oceano Indiano (colonie già tutte perse al 1862). Spulciando, invece, i possedimenti portoghesi nell’Oceano Atlantico, troviamo: Capo Verde (che è stata colonia della corona fino al 1951); Le Azzorre che erano distretto d’oltremare tra il 1831 e il 1979), così come Madeira (1834-1978); sennò c’erano São Tomé e Príncipe (colonia della corona dal 1753 al 1951), che oggi è un piccolo Stato dell’Africa centro-occidentale, composto da due isole del golfo di Guinea, a oltre 200 km dalla costa nord-occidentale del Gabon. 

Nell’Oceano Pacifico, infine, il Portogallo ha avuto una miriade di territori in India, ma anche Indonesia. Per cui forse l’Italia dei Piemontesi voleva mandare i Meridionali in quella che allora si chiamava Timor-Leste (oggi Timor Est), colonia subordinata alla così detta «India Portoghese» (1642-1844). O forse il loro piano diabolico aveva nel mirino Macao che è stato provincia d’oltremare tra il 1844 e il 1883 e, comunque, "colonia" portoghese fino al 20 dicembre 1999 (oggi è regione sotto amministrazione della Repubblica Popolare Cinese). 

Unità dQuale che fosse la meta ultima, è certo che - anche grazie alla stampa dell’epoca - il piano naufragò. Per i successivi dieci anni, però, i Piemontesi continuarono a far pressioni sulle diplomazie internazionali. A tale riguardo, vale la pena di ricordare cosa disse il ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano), al ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere, nel loro incontro del 19 dicembre 1872: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti ». 

«Bisogna dunque pensare - disse il ministro della neonata Italia - ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo». 

Merita d’esser sottolineato che le «popolazioni del Mezzodì» che Venosta voleva terrorizzare erano italiani. Italiani a tutti gli effetti, da 11 anni.
MARISA INGROSSO 
ingrosso@gazzettamezzogiorno.it
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