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Arrestato per errore barese pignora i mobili del Ministero

Arrestato per errore barese pignora i mobili del Ministero
di CARLO STRAGAPEDE 
L'incubo, per Clemente Trifone, incomincia il lontano 27 aprile 2001, quando viene arrestato con l’accusa di avere partecipato a una rapina in un bar di Rutigliano. L'agricoltore di Conversano trascorre ben 58 giorni dietro le sbarre. Riconosciuto estraneo alla vicenda, la corte d'Appello gli ha liquidato i "danni" (25mila €). Ma dalle Finanze dicono: «Non abbiamo soldi». Così il suo avvocato ha avviato la procedura per il pignoramento di mobili e pc del Ministero

12 Ottobre 2009

BARI - Il Ministero delle finanze non ha una lira per pagare i danni a un cittadino arrestato per sbaglio. Il quale, dopo avere atteso invano per quasi un anno, adesso sta pignorando mobili, scrivanie, armadi e computer del ministero economico, per ottenere i 25mila euro che gli sono stati assegnati dalla Corte di appello di Bari. Con una ordinanza diventata da tempo definitiva. Una situazione paradossale, quella del signor Clemente Trifone, quarantenne di Conversano, professione agricoltore. Tanto più se si pensa che la stessa amministrazione statale lo ha invitato ad aprire un conto corrente bancario sul quale però - contrariamente alle legittime aspettative del cittadino stesso - non è stato ancora versato nemmeno un centesimo. Insomma, Trifone deve accolarsi le spese di mantenimento del conto corrente che però rimane a secco. 

La singolare storia è sintomatica del rapporto fra la burocrazia statale, non sempre efficiente, e il cittadino, inerme di fronte a essa e soprattutto esposto a subire sulla sua pelle le conseguenze delle disfunzioni della pubblica amministrazione. Al punto che l’avvocato Andrea Casto, difensore del signor Trifone, non ha avuto altra scelta che mettere in moto il pignoramento. Contro lo Stato. L’obiettivo della procedura civilistica azionata è fare mettere i sigilli ai beni pubblici pignorabili, per poi farli vendere all’asta e permettere all’agricoltore conversanese di soddisfarsi sul ricavato. Insomma, di intascare quei sacrosanti 25mila euro «di scuse». L’incubo, per Clemente Trifone, incomincia il lontano 27 aprile 2001, quando viene arrestato con l’accusa di avere partecipato a una rapina in un bar di Rutigliano. L’agricoltore di Conversano trascorre ben 58 giorni dietro le sbarre, fino a quando il giudice delle indagini preliminari si convince della sua estraneità alla rapina e lo rimette in libertà. Decisivo il non riconoscimento da parte di un testimone. Pochi mesi dopo, a settembre sempre del 2001, la posizione di Trifone viene definitivamente archiviata. 

La vicenda - sia pure a lieto fine - distrugge la serenità non solo dell’interessato ma della sua famiglia. In particolare, sua madre incomincia ad avvertire disturbi cardiaci gravi, per la tegola giudiziaria che si è abbattuta sulla famiglia. Trifone, con l’assistenza dell’avvocato Casto, chiede e ottiene dalla Corte di appello il riconoscimento della «riparazione per ingiusta detenzione». In due riprese. Un primo collegio, nel 2003, concesse 3.300 euro alla vittima dell’errore giudiziario. Trifone non ritenne la somma sufficiente, in rapporto non solo ai due mesi di detenzione ingiusta subìta ma anche ai gravi disagi che quella vicenda aveva causato a sé e alla sua famiglia. Perciò presentò un nuovo ricorso. Un altro collegio di Appello stavolta liquidò 25mila euro. Che però, nelle casse dello Stato, sembrano mancare, tuttora. Almeno per l’agricoltore di Conversano. Che ha deciso di pignorare. Presto l’ufficiale giudiziario potrebbe bussare alla porta del Ministero delle finanze.
CARLO STRAGAPEDE
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