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Lutto alla «Gazzetta» è morto Nico Zaccheo

Lutto alla «Gazzetta» è morto Nico Zaccheo
Lutto alla Gazzetta del Mezzogiorno per la scomparsa di Nicola Zaccheo, 63 anni, direttore del personale e figura storica all’interno del quotidiano. «Zac», come lo chiamavano amici e colleghi, è stato sconfitto da un cancro contro il quale combatteva da mesi. E’ spirato poco prima dell'alba di sabato, nella sua abitazione a Palese, con accanto i familiari. I funerali si svolgeranno lunedì mattina alle 10 presso la parrocchia Stella Maris a Bari-Palese. Il ricordo del direttore CARLO BOLLINO

19 Settembre 2009

Lutto alla Gazzetta del Mezzogiorno per la scomparsa di Nicola Zaccheo, 63 anni, direttore del personale e figura storica all’interno del quotidiano. ‘’Zac’’, come lo chiamavano amici e colleghi, è stato sconfitto da un cancro contro il quale combatteva da mesi. E’ spirato la notte scorsa, nella sua abitazione a Palese, con accanto i familiari. I funerali si svolgeranno lunedì mattina alle 10 presso la parrocchia Stella Maris a Bari-Palese. 

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di CARLO BOLLINO 

Coi suoi jeans un po’ demodè e le scarpe «comode» come diceva lui, Zac non era solo un carissimo amico e un prezioso dirigente, ma un pezzo della storia di questo giornale. Anzi di più, ne era l’ormai insostituibile memoria.

Entrato giovanissimo in «Gazzetta» come correttore di bozze, da quel 1968 Zac aveva risalito tutti i gradini della gerarchia aziendale diventando in pochi anni direttore del personale e restando a lungo braccio destro e assistente dell’amministratore delegato Giuseppe Gorjux.

Per 40 anni è stato testimone in prima linea di tutte le alterne vicende del giornale che spesso ha vissuto da protagonista. Pur se animato da una profonda cultura riformista e vicino e solidale alla classe operaia dalla quale sentiva di provenire, Zac aveva scelto di rappresentare con lealtà e rigore gli interessi dell’Editore, interpretandone e tutelandone sempre i diritti ma sollecitandone al tempo stesso il rispetto dei doveri.

Nel delicato e singolare ruolo di amico del sindacato e contemporaneamente di sua controparte aziendale (o forse proprio grazie a quello), Zac aveva saputo smussare e risolvere per anni quei conflitti, quelle tensioni e quegli scontri interni che si susseguono con naturale periodicità in ogni realtà aziendale, e quindi anche nelle aziende editoriali. Il carisma e la credibilità che si era conquistati gli consentivano spesso con il solo peso della parola di dirimere dispute e controversie che altrove avrebbero richiesto quintali di carte firmate.

Appassionato di politica e grande conoscitore del mondo dell’informazione, dei contratti e del Codice del lavoro (tra l’altro aveva ricoperto incarichi nazionali nella Federazione italiana editori giornali), è stato costante punto di riferimento per molte generazioni di impiegati, tipografi e giornalisti che negli anni si sono susseguiti alla «Gazzetta».

La sua postazione «di lavoro e di lotta» è stata sempre la stessa: un ufficio senza segretaria, che frequentava ogni giorno dell’anno, pure in quei pochi in cui il giornale non va in edicola o quando tutti gli altri amici e colleghi erano in ferie, ferie che per sè ha sempre detestato. Era lì dentro che riceveva e ad ascoltava tutti, meglio se a tarda sera, tentando sempre di trovare un punto di compromesso fra gli interessi dell’azienda e quelli del lavoratore, qualche volta sbagliando, ma convinto che uno sforzo teso a conciliare le ragioni dell’una e dell’altro sarebbe stato in definitiva il miglior contributo in difesa di qualità e continuità della «Gazzetta», e quindi un doveroso gesto di rispetto nei confronti dei Lettori. Insomma il miglior modo di servire il suo giornale.

Un giornale che amava più di ogni altra cosa e dal quale solo l’egoistica voracità del cancro è riuscita lentamente a distaccarlo. Non ha mai rinunciato a sconfiggere la malattia, ma non ha mai creduto neppure nella certezza di poterla battere: e così la sua lotta contro il male è stata condotta con la stessa alternanza di toni che usava nelle trattative sindacali, tra rigidità e concessioni, tra rabbia e sorrisi, senza però mai rinunciare al rispetto reciproco dei ruoli. Un istintivo impegno di lealtà che lo ha portato fino all’ultimo istante a rifiutare qualsiasi terapia del dolore, come se sentirsi addosso la forza del male fosse anche un modo estremo per conoscerlo. Rispettando al tempo stesso la propria voglia di sentire, di sapere, di scoprire fino in fondo la verità, senza le mistificanti coperture di cure sedative. E così Zac è riuscito nell’impresa di morire esattamente come aveva sempre vissuto, con coraggiosa, determinata, lucidità.
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