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Cefalonia, sparsi sui fondali  i resti dei nostri soldati

Cefalonia, sparsi sui fondali  i resti dei nostri soldati
di CESARE MAZZOTTA
Onori «salentini» alle vittime di guerra caduti a Cefalonia. Uno squarcio di luce nella tragedia dei nostri italiani barbaramente uccisi nelle acque dell’isola greca 66 anni fa, durante il secondo conflitto mondiale. Nei giorni di ferragosto un gruppo di sub leccesi ha reso onore e giustizia al «sarcofago» degli 840 prigionieri italiani. La missione leccese ha potuto appurare che i resti dei militari italiani non sono «tutelati» e sono sparsi sui fondali in un raggio di diverse decine di metri

20 Settembre 2009

di CESARE MAZZOTTA

Onori «salentini» alle vittime di guerra caduti a Cefalonia. Uno squarcio di luce nella tragedia dei nostri italiani barbaramente uccisi nelle acque dell’isola greca 66 anni fa, durante il secondo conflitto mondiale. Nei giorni di ferragosto un gruppo di sub leccesi ha reso onore e giustizia al «sarcofago» degli 840 prigionieri italiani della divisione Acqui che saltarono in aria sulla nave tedesca “Ardena” nelle acque appena fuori dall’isola greca. 
La missione leccese ha potuto appurare che i resti dei militari italiani non sono «tutelati» e sono sparsi sui fondali in un raggio di diverse decine di metri. «E questo la dice lunga sulla dinamica della tragedia, attribuita dai tedeschi alla collocazione di mine da parte degli stessi italiani», riferisce Luciano De Donno, responsabile del Centro studi Submarina di Lecce, che ha organizzato e realizzato la spedizione, «Abbiamo fotografato ossa, parti di scarpe, posate, piastrine militari e altro. Non solo, ma abbiamo cercato anche elementi e testimonianze sommerse, dalle quali poter risalire alle probabili cause dell’af fondamento delle navi». 

L’iniziativa è stata fortemente voluta e sostenuta dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano e ha avuto come teatro le acque dell’isola di Cefalonia; a Sami, precisamente, ovvero Argostoli, 12mila abitanti, capitale dell’isola. Ad immergersi nei fondali che ospitano da oltre 66 anni i resti dei nostri caduti sul fronte greco, sono stati i sub del Centro studi “Submarina” di Lecce. Della spedizione, oltre al responsabile delle operazioni, Luciano De Donno, hanno fatto parte anche Giuseppe Paladini ed Eleonora Miglietta.. «Siamo arrivati a Cefalonia, con il traghetto da Brindisi, la sera dell’11 agosto. Già all’indomani, il 12 agosto, abbiamo iniziato le attività di prospezione e di ricerca », riferisce De Donno, «Il nostro gruppo è stato appoggiato dall’Associazione nazionale Divisione Acqui, presidentessa Graziella Bettini, figlia di una delle vittime (l’associazione raggruppa reduci, superstiti e familiari delle vittime del barbaro eccidio). Insieme a lei il marito». 
relitto sottomarino
Il gruppo di sub salentini ha avuto il supporto del Museo nazionale dell’associazione Italo-greca, “Mediter raneo” e un piccolo contributo offerto dalla banca di Credito cooperativo di Terra d’Otranto. Tornando all’organizzazione della spedizione-verità, l’associazione Acqui ha interpellato la presidenza della repubblica, la presidenza del consiglio e il ministero degli affari esteri. I vertici istituzionali hanno ordinato di mettere a disposizione una unità navale della marina militare di appoggio all’operazione. Quindi lo stato maggiore della marina ha inviato a Cefalonia la nave “Procida”, con a bordo il gruppo di subacquei del Consubin di La Spezia, il comando subaquei incursori. Le ricerche hanno avuto inizio il 12 agosto e sono proseguite per tre giorni, dalle 6,30 - 7 alle 19 - 20, visibilità permettendo. 

«Lo scopo della missione - chiarisce il responsabile di Submarina - era quello di verificare lo stato di tutela dei corpi dei nostri connazionali in fondo al mare, dopo l’affondamento delle unità navali tedesche, sulle quali i prigionieri italiani dovevano essere trasferiti nei campi di concentramento in Germania. In sostanza, volevamo dare una risposta a una domanda angosciosa: i resti dei nostri soldati erano tutti all’interno della nave, che avrebbe fatto da sarcofago e quindi da tomba? Oppure erano sparsi all’esterno dell’Ardena? Non è una sottigliezza di poco conto. Perché nel primo caso, la località e i resti del relitto in fondo al mare sarebbero stati considerati un Sacrario militare. Cosa era accaduto quel 28 settembre del 1943 in quella nave che trasportava 840 soldati italiani? Una cosa appare certa: il relitto, per come l’abbiamo visto e fotografato noi, appare disintegrato, come conseguenza di un’esplo - sione. Come se fosse stato minato all’interno e fatto saltare con calcolata freddezza. I 60 tedeschi che trasportavano gli 840 italiani sono stati visti fuggire a bordo di un battellino, con il quale si sono messi in salvo. Se si fosse trattato di un incidente o di un attacco nemico, avrebbero lasciato le penne anche loro». Adesso, dopo la relazione del gruppo di sub leccese, cosa potrà fare la marina militare? Si apre la possibilità di un eventuale recupero dei resti. In questa direzione premono le famiglie delle vittime. 

«Purtroppo si tratta di un compito improbo», ipotizza De Donno, «dal momento che non ci sono nomi, perché i tedeschi, prima di abbandonare la nave, fecero sparire i documenti e le tracce con i nomi. Si potrebbe tentare una incompleta ricostruzione attraverso l’in - dividuazione delle piastrine individuali. Ma è un’operazione costosa e difficile». L’idea dei sub leccesi è quella di realizzare un libro e un Dvd, dedicato a questi 3000 giovani militari italiani della divisione Acqui, che hanno immolato la loro vita.
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