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In Puglia e Basilicata

Emodialisi ai batteri nell'ospedale di Venosa

Emodialisi ai batteri nell'ospedale di Venosa
di GIOVANNI RIVELLI
In particolare nelle analisi fatte dall’Arpab sull’impianto di dialisi dell’Ospedale di Venosa, si è avuto un «esito sfavorevole» con il rilevamento della «presenza di batteri coliformi totali e lieviti». Una situazione, insomma, ben più grave di quella che due anni fa portò alla chiusura del Centro Dialisi dell’Ospedale di Muro Lucano. Se i batteri passano attraverso i filtri di dialisi si può arrivare a una betteriosi o addirittura a uno shock settico
• E a Rionero lieviti e muffe: «Scoperti con la prevenzione»

17 Settembre 2009

di GIOVANNI RIVELLI

Acque di dialisi inquinate nell’Ospedale di Venosa. E si tratta di un inquinamento «pesante», con il rinvenimento di «batteri di coliformi totali e lieviti» nei campioni di acque di dialisi. Una situazione, insomma, ben più grave di quella che due anni fa portò alla chiusura del Centro Dialisi dell’Ospedale di Muro Lucano. In particolare nelle analisi fatte dall’Arpab sull’impianto di dialisi dell’Ospedale di Venosa, si è avuto un «esito sfavorevole» con il rilevamento della «presenza di batteri coliformi totali e lieviti» nel campione di acqua prelevato nella «sala contumaciale», ossia la sala utilizzata a fine di prevenzione della infezione delle malattie a trasmissione parenterale (come l’epatite B o l’Aids) in cui vengono trattati esclusivamente i soggetti affetti da queste patologie. 

E il fatto che si possa trattare di pazienti immunodepressi dovrebbe consigliare la massima cautela rispetto ai contatti con fonti di infezione. Se l’acqua di dialisi è inquinata e il filtro di dialisi non riesce a trattenere il batterio, si rischia che lo stesso agente patogeno passi nel sangue con conseguenze che vanno dalla batteriemia allo shock settico, con conseguenze anche estremamente gravi. 

La presenza di acque di dialisi non conformi alle previsioni è stata riscontrata per ben due volte nello stesso punto di prelievo. Le certificazioni dell’Arpab, firmate dal responsabile dell’Ufficio, Adele Camardese, e dal coordinatore del dipartimento provinciale Bruno Bove, portano la data del 30 giugno e del 20 luglio. Sebbene in entrambi i casi ci sia stato esito «sfavorevole» la prima è quella più grave: «Presenza di carica batterica a 22 gradi centigradi pari a 24 ufc (unità formanti colonie, ndr) per 100 millilitri, coliformi totali 49 ufc/100ml, lieviti 34 ufc/100ml». 
La seconda, invece, ha registrato la sola presenza di lieviti, sebbene in misura cresciuta rispetto al primo prelievo, cioè 350 ufc per 100 millilitri. 
Ancora una volta risultato «sfavorevole », ma una gravità che dagli addetti ai lavori viene giudicata minore. Ma tra il prelievo della prima analisi (effettuato il 26 maggio) e quello della seconda (il 17 luglio), dopo che erano stati messi in atto gli interventi correttivi, sono passati quasi due mesi. Con i rischi connessi. «Appena ci hanno notificato i risultati - dice Luigi D’Angola, direttore sanitario dell’ospedale - abbiamo chiuso quella postazione e provveduto alla sterilizzazione, anche se i risultati di un altro centro accreditato privato che utilizziamo, su prelievi effettuati il 3 luglio, non evidenziavano problemi. E poi abbiamo messo sotto l’ufficio tecnico per vedere da dove poteva venire il problema, ma non hanno evidenziato soluzioni di continuità nell’impianto. Ma abbiamo riaperto quando l’Arpab ci ha dato l’ok».

 I coliformi, del resto, sono un problema che gli addetti ai lavori giudicano grave quanto difficile da verificarsi: ma come hanno fatto ad arrivare in un ambiente che dovrebbe essere sterile? E su questo, anche se il problema è stato rimosso, varrebbe la pena di fare qualche approfondimento in più.
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