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In Puglia e Basilicata

STORIE ROM: A Bari, Josif che vuol mandare i figli a scuola

STORIE ROM: A Bari, Josif che vuol mandare i figli a scuola
di GIANLUIGI DE VITO
Josif Serban vive con la famiglia e quella di suo cognato in un rudere in una zona a ridosso di Torre Quetta alla periferia di Bari e nonostante le difficoltà in questi giorni sta cercando di iscrivere i suoi figli a scuola. Ma se in città i segnali sono incoraggianti, alle porte di Bari la tensione è alle stelle. Da sei anni, una comunità di rom bosniaci si è accampata in via dei Gelsomini a Modugno ed ora rischiano lo sgombero 

17 Settembre 2009

di GIANLUIGI DE VITO

Josif Serban, 38 anni, ha scelto di accamparsi in riva al mare. Per tutti è Fantomas. Vive con la famiglia e quella di suo cognato in un rudere in una zona a ridosso di Torre Quetta. Quattro figli, tre ragazzine e un bimbo. Tre vorrebbe mandarli a scuola. Un segnale non da poco. Lì, in quella zona verso San Giorgio vive l’altro nucleo «storico» dei rom rumeni arrivati a Bari alla fine degli Anni Novanta. Un nucleo si è aggregato attorno ai Tomescu e ora è nel villaggio di Strada Santa Teresa, a Japigia. L’altro gruppo si è smembrato. Alcune famiglie sono andate a Bitonto, altri si sono posizionati nella zona di Torre Quetta tra baracchine di fortuna e ruderi. I Serban sono appunto tra questi. 

Pochi i bambini di Torre Quetta che hanno frequentato le scuole. Adesso Josif vuole scrivere una pagina nuova. La figlia più grande, Marisa, una bellissima 14enne, ha frequentato per due anni, fino alla terza elementare. Poi, più nulla. Anche Florentina, 13 anni, ci ha provato: era in seconda elementare, si è arenata. Meddelina, sette anni, è nata qui, così pure Dinu, cinque anni. Meddelina è quella che incalza Josif: «Anche io a scuola». E Dinu: «Voglio andare all’asilo». 

Sicché Fantomas ieri ha cominciato a girare per le segreterie. Ma deve scalare la montagna burocratica perché ha deciso all’ultimo minuto. E inserire nelle classi della scuola primaria ragazzine come Marisa e Florentina non è poi così semplice. «Ieri sono andato alla scuola di Japigia e mi hanno detto che ci sono problemi». Problemi, ma porte aperte. Anche perché i Serban sono destinati alla «Don Orione» che assieme alla «San Francesco» sono le scuole elementari che vantano il maggior numero di presenze rom tra i banchi e soprattutto progetti didattici e di extra-scuola già collaudati. Due scuole che accolgono anche fuori dai banchi e di questo si fa vanto il dirigente, Patrizia Rossini: «Abbiamo almeno 14 bambini rom quest’anno e per loro abbiamo già progetti e iniziative in cantiere». 

Tre in più non sono certo un problema. «Ma va fatta la valutazione culturale prima di decidere in quali classi inserirli». 
Se in città i segnali sono incoraggianti, alle porte di Bari la tensione è alle stelle. Da sei anni, una comunità di rom bosniaci si è accampata in via dei Gelsomini a Modugno in un’area del Consorzio Asi a ridosso del casello della Bari Nord. A giugno andarono a fuoco alcuni peneumatici. Dopo quei roghi, il sindaco di Modugno, Giuseppe Rana ha firmato un’ordinanza di sgombero chiedendo alle forze dell’ordine di intervenire. 
Fejzo Hadzovic è allarmato: «Dicono che nelle prossime ore verranno, ma dove andiamo? Hanno dato a noi la colpa dell’incendio, ma non siamo stati noi a bruciare le gomme, non ci facciamo del male da soli intossicandoci. Dicono che siamo sporchi, non ci hanno mai dato neanche un cassonetto». In quel campo ci sono 27 bambini iscritti nelle scuole di Modugno e la maggior parte ha avuto ottimo rendimento. Senza dimenticare che ci sono donne incinte e in cura per patologie tumorali. 

I bosniaci non sono stati soli in questi anni. Assieme a maestri e dirigenti scolastici, due associazioni, «Vox Amica» di Modugno e «Occupazione e solidarietà» di Bari hanno più volte sollecitato al Comune interventi di inserimento. Venerdì è in programma un sit in davanti al Comune di Modugno per chiedere il ritiro di un’ordinanza che «viola i diritti essenziali e primari come quello all’acqua e all’istruzione e alla cura», ma anche per chiedere risposte alla comunità. Invece è arrivato l’annuncio di azioni repressive.
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