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In Puglia e Basilicata

Nave radioattiva choc in Basilicata

Nave radioattiva choc in Basilicata
Il pubblico ministero Greco sospetta che la ‘ndrangheta abbia scaricato rifiuti tossici anche in tre siti a terra. Si indaga da Lagonegro. Nel mirino anche un altro affondamento a Maratea. Il magistrato: «Già negli anni ’90 sapevamo di 40 scafi sui fondali del Mediterraneo»
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15 Settembre 2009

CATANZARO - La certezza ancora non c'è, ma sono in pochi ormai quelli che sembrano avere dubbi sul fatto che il relitto della nave trovato nel Tirreno cosentino, sia quello della Cunsky, il mercantile che un pentito di 'ndrangheta ha raccontato di avere affondato nel 1992 con il suo carico di 120 fusti contenenti fanghi radioattivi. Dalla Procura di Lagonegro, in Basilicata, che coordina le indagini, accreditano il collegamento con l’affondamento di un altro scafo, stavolta a largo di Maratea (molto vicino alla zona di quest’ultimo ritrovamento). 

C’è paura per la natura probabilmente radioattiva dei rifiuti stivati. I ritrovamenti sono stati possibili grazie alle dichiarazioni dello stesso pentito, che rimanda tutto ai traffici illeciti di rifiuti da parte della ‘ndrangheta. Una delle principali preoccupazioni, adesso, dunque, è quello del recupero e della bonifica dei fusti ancora stivati nella nave. Una preoccupazione che ha spinto il presidente della Regione, Agazio Loiero, a convocare d’urgenza una riunione della Giunta al termine della quale, a nome di tutto l’esecutivo, ha sollecitato al Governo «la caratterizzazione del materiale ritrovato e l’immediata bonifica del sito» chiedendo di «essere coinvolta nei processi decisionali che si andranno ad attuare per mettere in sicurezza i siti, marini e terrestri, presumibilmente inquinati da depositi tossico-radiottavi». E non è un caso che la Giunta parli anche di depositi terrestri. 

Il ritrovamento del relitto, infatti, è avvenuto nell’ambito di un’inchiesta sul presunto interramento di scorie radioattive nei pressi dell’alveo di un torrente nel comune di Serra d’Aiello. Da parte sua, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, da Pechino, dove si trova in missione, ha assicurato che il ministero «è a fianco della magistratura, con cui siamo in costante contatto, per giungere ad un rapido accertamento della verità, confidando in una severa punizione dei responsabili». Il ministro ha anche reso noto di avere disposto, oltre agli interventi di monitoraggio in mare, «una nuova e stringente serie di accertamenti sulla terraferma. Ad oggi – ha specificato il ministro – va comunque sottolineato che non esiste nessun problema per le popolazioni». 

«Come Giunta regionale – è la risposta indiretta giunta dall’assessore all’Ambiente della Regione Calabria, Silvio Greco - vogliamo dei fatti. Ieri si parlava di task force del ministero. Allo stato oggi non ho visto nulla». Greco domani si recherà a Roma per partecipare ad un incontro al Ministero e giovedì tornerà nella capitale insieme al procuratore Giordano, che con le sue indagini ha portato alla scoperta del relitto. Entrambi, infatti, sono stati convocati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti. In attesa di delineare meglio il quadro, il responsabile nazionale del dipartimento sicurezza del Pd, Marco Minniti, parla di un possibile «scenario inedito e agghiacciante», mentre l’arcivescovo metropolita di Cosenza-Bisignano, mons. Salvatore Nunnari, alza forte il «basta» della Chiesa «contro chi brucia i nostri boschi e sta avvelenando i mari. Vogliamo condannare chi ruba i doni che Dio ha fatto alla nostra meravigliosa regione».
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