Mercoledì 17 Agosto 2022 | 19:34

In Puglia e Basilicata

Petruzzelli, il demone  è stato esorcizzato

Petruzzelli, il demone  è stato esorcizzato
di NICOLA SIGNORILE
Per il teatro si è trattato di restauro o di costruzione ex novo?. Qual è stata la filosofia per riconsegnare il monumento alla città? La falsa locuzione «com’era, dov’era». E le risposte insolute sul crimine. Con il ripristino si è forse voluto saldare un debito con il popolo barese e rimuovere il «lutto» culturale che la città viveva con la sua perdita
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12 Settembre 2009

di NICOLA SIGNORILE 

Solo la Corte dei Conti potrebbe spiegare come è perché lo Stato abbia speso 63 milioni di euro per ricostruire un edificio di proprietà privata, qual è il teatro Petruzzelli. E, così facendo, accertare se nel caso si sia trattato della costruzione ex novo di una copia del politeama oppure di un restauro. Questione non da poco, perché da essa dipende la legittimità della spesa o, al contrario, il danno erariale. La questione attraversa come una trama sottile, ma tenace, il volume appena pubblicato dall’editore Adda con il titolo, appunto, Un restauro per la città. Il teatro Petruzzelli. Il libro, curato da Ruggero Martines che è direttore regionale dei Beni culturali per la Puglia, è soprattutto un’opera fotografica, con le numerose e grandi immagini di Carlo Garzia e di Michele Roberto che raccontano il cantiere della ricostruzione, dal rifacimento della cupola (uno dei primi atti) al cellophane amorevolmente steso sulle poltrone, per proteggere il teatro bell’e pronto dagli insulti del tempo in questi ultimi dieci mesi di chiusura forzata. 

restauro teatro PetruzzelliNon meno affabulante è il testo assai colto di Martines, che si assume il delicato e rischioso compito di distinguere tra ricostruzione e restauro e in definitiva di giustificare anche dal punto di vista disciplinare la strategia del « dov’era, com’era» convocando a paragone ben note vicende italiane, da quella del teatro Carlo Felice di Genova - che è l’esatto contrario del ripristino - a quella del veneziano la Fenice, molto equivocata. Non potendosi dare al Petruzzelli un restauro - secondo i criteri scientifici della conservazione dei beni culturali - a causa della distruzione nelle fiamme del «documento» - si chiama in causa una «immagine perduta» da ripristinare perché essa è «l’unica soluzione al teorema». Una immagine che non può essere quella originale, astrattamente «autentica », ma quella ultima del teatro prima del disastro, quella costruita negli occhi delle generazioni viventi. Quella immagine che ha fatto scegliere il colore rosso degli ultimi anni anziché il primitivo bianco. Consapevole del rischio culturale che si corre perseguendo il falso e maneggiando vecchi arnesi come lo slogan «com’era, dov’era», l’architetto Nunzio Tomaiuoli, responsabile storico artistico dei lavori, scrive che «la locuzione usata ed abusata da tempo a proposito del nostro teatro, è un elegante espediente verbale volto solo a sintetizzare l’intento, ovvero l’esito nel quale si configura il proponimento della ricostruzione, e non già a spiegare le ragioni sottese a tale operazione». 

Ma di quale teatro si parla? Qual è davvero il suo valore? Martines si guarda bene dal parlare del Petruzzelli come di un’opera d’arte: «Taluni storici dell’architettura - segnala - lo relegano nelle pagine nelle quali annoverano i pasticci eclettici. In realtà è un “robusto” esempio di eclettismo ingentilito da qualche garbo che “perdona” qualche modesta sgrammaticatura». 
Giudizio condiviso dall’architetto Amerigo Restucci, rettore dello Iuav di Venezia e responsabile del progetto nell’ultima tranche dei lavori, il quale nella sua introduzione al volume adopera solo una volta il termine restauro, per definire quella del Petruzzelli una «architettura di un curioso eclettismo ottocentesco». Piuttosto, per Restucci, l’importanza del teatro va ricercata fuori di esso, nel suo ruolo urbanistico e in quello sociale: «è dal 1903, lì, sul corso principale di Bari, per dimostrare che un’attività culturale si può sviluppare: più che un nuovo edificio, è il valore aggiunto cui esso allude, il vero “progetto”». 
Per queste ragioni «la monumentalità più significativa - scrive ancora Martines - va ricercata nella memoria civile, nel ricordo intimo e collettivo che è ancora sito nelle menti e nel cuore del popolo barese». Un popolo i cui presunti desideri (ma Jürgen Habermas ci aiuterebbe a smascherare la menzogna dell’opinione pubblica) contano ormai ben più della moderna teoria del restauro che è agli antipodi del «com’era, dov’era». E chiamando a paragone la ricostruita cattedrale di Sant’Angelo dei Lombardi, Martines annota che «di fronte agli incendi, come ai terremoti, la cittadinanza chiede il ripristino» e con esso esprime «la volontà di cancellare il dolore della collettività». 

Ma l’incendio del Petruzzelli, diciotto anni fa, non fu evento naturale o accidente. Fu rogo di mafia, sicché ora ad essere cancellato con la ricostruzione del falso, più che il dolore sarà il dolo. E se il fatto criminale non trova spazio nel ricordo intimo e collettivo, allora il valore civile è solo una dolce melassa che non tollera l’aspreTeatro Petruzzellizza dello sdegno morale. Bari avrebbe dovuto elaborare il lutto del Petruzzelli e invece celebra ora la sua rimozione. Lo scrive con candore e senza equivoci l’ingegnere Fabio De Santis, responsabile del procedimento per il Governo: «saldare un debito con la città e rimuovere il “lutto” culturale che la stessa viveva». Infine, con le parole di Ruggero Martines si deve dire che «il demone dell’incendio è stato esorcizzato». E con esso è svanita la domanda che dopo quella ultima recita della Norma ha risuonato senza risposta: perché la mafia ha bruciato il teatro?
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