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In Puglia e Basilicata

E' il Salento la speranza  degli immigrati afghani

E' il Salento la speranza  degli immigrati afghani
di TONIO TONDO
«Gli sbarchi nel Salento non si sono mai fermati - dice don Giuseppe Colavero, il sacerdote che ha scelto la prima linea del fronte migranti e che con l’Agimi ha inaugurato l’ecumenismo dei poveri -. È da mesi che arrivano decine di afghani e iracheni. A volte sono famiglie al completo. La novità è che quasi nessuno ha intenzione di fermarsi in Italia. Siamo terra di transito. O noi o i Balcani. Molti scelgono la costa pugliese. Anzi, per loro scelgono i trafficanti»
• Alì, ex clandestino nell’esilio pugliese

12 Settembre 2009

di TONIO TONDO 

Omar e Mohammad hanno l’incertezza scolpita nel volto. Non sanno se per loro è cominciata una nuova vita oppure se il loro destino è di essere ricacciati indietro, sulla strada fin qui percorsa. I due giovani afghani fanno parte di un gruppo di una trentina di migranti giunti sulla costa di Santa Maria di Leuca nelle notti di sabato e domenica scorsa. Hanno percorso ottomila chilometri. Dall’Afghanistan, città di partenza Herat, in Iran, dove sono rimasti fermi per circa due anni. Poi il passaggio in Turchia, infine in Grecia, primo passo per l’Europa. Ogni passaggio costa un bel gruzzolo. Tra 700 e mille dollari, forse anche di più. A uno dei due giovani sono stati sequestrati 1400 euro. 

Omar e Mohammad, fermati dalla Guardia di finanza, si sono dichiarati minorenni e sono ospiti dell’Agimi, parola albanese che significa “L’alba”, un’associazione di volontari che opera senza contributi pubblici. L’Italia è solo terra di passaggio. Il loro obiettivo è la Germania. Forse sognano Francoforte o Amburgo, ma è più probabile un’altra meta, Stoccolma o Oslo dove la rete dei trafficanti che li ha portati fino al Salento spera di farli giungere. 

«Gli sbarchi nel Salento non si sono mai fermati - dice don Giuseppe Colavero, il sacerdote che ha scelto la prima linea del fronte migranti e che con l’Agimi ha inaugurato l’ecumenismo dei poveri -. È da mesi che arrivano decine di afghani e iracheni. A volte sono famiglie al completo. La novità è che quasi nessuno ha intenzione di fermarsi in Italia. Siamo terra di transito. O noi o i Balcani. Molti scelgono la costa pugliese. Anzi, per loro scelgono i trafficanti». 

Omar e Mohammad sono Hazara, un’etnia orgogliosa e coraggiosa, la seconda del Paese e in perenne conflitto con i Pashtun, l’etnia più numerosa (il 35 per cento), della quale fanno parte il presidente Karzai e i talebani. Hazara è anche Hassan, protagonista del Cacciatore degli aquiloni, scritto da Khaled Hosseini. Hassan è coraggioso, leale e altruista. Protegge Amir, suo coetaneo e di famiglia pashtun, presso la quale il ragazzo hazara lavora come servo insieme al padre. Chi violenta Hassan è un branco di Pashtun. Per questo il libro non è piaciuto né a Karzai né ai talebani e ai notabili Pashtun. Il libro, in inglese, non è stato mai tradotto in Afghanistan. 

Hazara è anche Alì, un giovane da sette anni all’Agimi e che quest’anno si è diplomato in ragioneria al commerciale di Maglie. Alì, che ha ottenuto l’asilo politico, fa da interprete. «Si sono messi in viaggio - rivela - solo perché la loro famiglia ha fatto sacrifici e ha venduto beni per mettere da parte i soldi necessari. Il sogno è favorire il futuro dei figli, metterli nelle condizioni di vivere con dignità, cosa per molti impossibile in patria». 
donne afghane
Omar e Mohammad misurano le parole. Non si fidano. Nel centro Agimi hanno trovato un tetto e da mangiare, in un ambiente che esprime solidarietà. Gli ospiti di questi giorni sono un gruppo di quattro hazara e una famiglia georgiana. Il quarto afghano, don Giuseppe lo chiama «il nostro sapiente». Anche lui ha studiato, ha superato l’esame di terza media, conosce l’italiano ma vuole parlare solo nella sua lingua, quella dell’etnia hazara. I due minorenni vengono da Patrasso dove c’è la piccola Kabul, un campo-baraccopoli, riferimento per tutti gli afghani che tentano di inoltrarsi in Europa. Sono giunti a Leuca in barca, mentre Alì arrivò nel porto di Bari nascosto su un tir. I ragazzi afghani sono specializzati nell’utilizzare gli autoarticolati. Molti riescono a restare attaccati per ore agli assi dei camion. Ogni giorno, a Patrasso c’è l’assalto ai tir che prendono il traghetto per Bari o Ancona. 

Tentativi disperati, spesso finiti in tragedia. Zaher Rezai, un adolescente è morto a Mestre nel dicembre del 2008 sotto le ruote di un camion. Su un taccuino aveva scritto alcune poesie. Un verso dice: «In un luogo alto sia deposta la mia bara/ Così che il vento restituisca alla mia Patria il mio profumo»
Amir, quasi un bambino, tre volte è giunto in Italia, tre volte respinto, fino a quando non è morto ad Ancona il 23 giugno scorso sotto un tir di passaggio. 
Khaled, 16 anni, era morto un anno prima a Forlì. Sono tante le storie che segnano i viaggi dei migranti. 
Lutti che però non bloccano il flusso. «Tutti hanno il sogno dell’asilo politico », dice Alì. «Sperano che l’Europa, terra del diritto, li accolga e li metta poi nelle condizioni di farsi un futuro, nella libertà». 

Torna l’immagine dell’aquilone e delle gare che impegnano i bambini, quasi una sorta di ciclo di educazione all’abilità nell’utilizzare il vento e a tagliare la strada dell’aquilone degli avversari. La conquista del trofeo dà prestigio nella comunità. Conquistare l’Europa è una grande vittoria. La Grecia, formalmente, è Europa. Nei fatti si comporta in modo arcigno. L’Italia è Europa, ma i migranti non riescono più a capire le nostre leggi. Arrivano e restano impigliati nelle norme che si stratificano. C’è chi viene riportato al punto di partenza, cioé fino a Patrasso, ma ci sono coloro che sono bloccati e costretti a sopravvivere. Omar e Mohammad forse dovranno restare nel centro Agrimi fino alla maggiore età. Forse. Dopo potrebbero chiedere l’asilo politico. Intanto, passeranno gli anni. Come è accaduto per Alì, il ragioniere. Post scriptum. I nomi dei ragazzi hazara non sono quelli reali.
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