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In Puglia e Basilicata

Kebabberie e phonecenter a Bari vanno di moda

Kebabberie e phonecenter a Bari vanno di moda
di LIVIO COSTARELLA 
Nessuna conseguenza a Bari della «trovata» leghista che viene difesa dallo stesso primo cittadino che ha firmato il tanto contestato provvedimento. Cristiano Esposito, sindaco di Capriate San Gervasio (Bergamo) parla di «tutela del decoro del centro storico». Il kebab piace molto ai baresi e, per quanto riguarda i phone center, ce ne sono diversi e finora non hanno creato alcun problema
• Il «döner kebab» invenzione turco-tedesca

24 Agosto 2009

BARI - Nei sonnacchiosi e caldi giorni di fine agosto, la notizia riguardante lo scontro fra la giunta leghista di Capriate San Gervasio (Bergamo) e l’apertura di eventuali kebabberie o phone center in quel paesino, passa quasi inosservata qui a Bari. Nessuno degli abituali frequentatori o dei gestori di questi locali baresi conosce la notizia, che suscita in tutti un sorriso un po’ beffardo. 

A Bari sono già diverse le kebabberie che negli ultimi anni hanno aperto con regolare licenza i loro esercizi. Una delle prime ad inaugurare lo snack turco quattro anni fa, in tutta la Puglia, è stata la Kebabberia Campus di via Toma, gestita da proprietari italiani (nell’insegna si parla infatti di “Kebab all’italiana”). Gli stessi hanno poi inaugurato, nell’ottobre scorso, la “Kebabberia Ateneo” di via De Cesare, in una zona strategica e frequentatissima della città, a due passi dalla stazione e dall’Ateneo. 

«Qui la clientela è molto varia – spiega Tiziana, una delle commesse del locale di via De Cesare -, è un luogo di transito e grande traffico cittadino, anche se in prevalenza vengono a sfamarsi di kebab molti immigrati. Per quanto riguarda l’ordine pubblico, però, non si è mai creato alcun problema. Così come nell’altra sede di via Toma, dove la clientela è costituita prevalentemente da studenti universitari». 

A conferma del fenomeno dell’invasione del Kebab anche a Bari, da tre anni la società turca Bir Ye Doner è presente in città con tre kebabberie aperte gradualmente, con un investimento di ben 500.000 euro. Si tratta, dunque, di locali gestiti da imprenditori turchi, siti in Corso Alcide De Gasperi, in Corso Vittorio Emanuele e in via Nicolai. Erdal è un giovane rampollo di questa famiglia che sta investendo in tutta Italia (al momento hanno aperto una kebabberia anche a Roma e Reggio Emilia) e si sorprende anche lui alla notizia dell’ordinanza leghista. «Da noi – dice – vengono a mangiare ogni giorno poliziotti e carabinieri. Questo per dire che non abbiamo mai creato nessun problema e abbiamo sempre rispettato tutti i criteri di pulizia e igiene che ci sono stati richiesti. La nostra licenza è stata regolarmente ottenuta dopo tutti controlli e le verifiche del caso, fatti dalla Asl e dai carabinieri del Nas». 

Queste tre kebabberie sono aperte ad orario continuato fino alle 3 di notte e – ci conferma chi gestisce l’amministrazione della società turca – «i proprietari degli immobili sono soddisfatti del rispetto puntuale dei pagamenti del fitto, a differenza di ciò che accadeva prima con gli italiani». 

Abbastanza simile, ma con altri risvolti, il discorso riguardante i phone center di Bari. Sono tantissimi e disseminati un po’ in tutta la città e gestiti, quasi sempre, da immigrati extracomunitari. Molti di loro hanno anche il problema di ottenere un permesso di soggiorno, dopo la recente entrata in vigore, in Italia, del «pacchetto sicurezza», in merito al reato di clandestinità (l’art. 21 del decreto legge introduce il reato di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, con una possibile ammenda dai 5mila ai 10mila euro, ed espulsione immediata»). 

Mohammed Hanif, proveniente dal Bangladesh, gestisce un grande phone center (ed internet point) di via Crisanzio ed è al corrente di tutto. «C’è tempo fino al 30 settembre, per molti miei connazionali, di regolarizzare tutto. Per quanto mi riguarda, qui è tutta posto e non abbiamo mai ricevuto minacce o discriminazioni di nessun tipo». Il suo phone center è dotato di 12 cabine telefoniche e diverse postazioni internet, ed è frequentato da moltissimi studenti universitari, ma anche da numerosi immigrati del quartiere Libertà. 

«Per loro è l’unica occasione per chiamare la propria famiglia a un costo accessibile – prosegue -, ma il problema di molti della mia comunità è un altro. La difficoltà di trovare un lavoro. Chi proviene dal Bangladesh, dal Marocco, dallo Sri Lanka o da altre zone extraeuropee non ha la stessa possibilità di molte donne ucraine, georgiane, moldave o polacche di fare anche la semplice badante. In questo siamo un po’ discriminati: c’è diffidenza nei nostri confronti e per le nostre famiglie è dura andare avanti così”» Quanto alla possibilità, paventata dall’ordinanza leghista, che il phone center possa essere «indecoroso», Mohammed sottolinea la pulizia costante dei loro locali (aperti ininterrottamente dalle 8 alle 22) e sorride, dicendo che nelle sue cabine non è mai successo nulla di disdicevole.
LIVIO COSTARELLA
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