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In Puglia e Basilicata

Il Policlinico di Bari senza controlli

Il Policlinico di Bari senza controlli
BARI - Entrare nel vecchio pronto soccorso del Policlinico, di notte, passando inosservati, è un gioco da ragazzi. Non occorre essere Arsenio Lupin o una primula rossa per introdursi, anche con un ciclomotore, in quella parte di ospedale che si trova tra l'ingresso principale, che di notte resta chiuso, e l'ingresso delle ambulanze per il nuovo pronto soccorso, varco quest'ultimo presidiato dalla vigilanza privata dell'ospedale. A piedi o in motorino, chiunque può entrare attraverso quello che una volta era l’ingresso delle ambulanze dirette al pronto soccorso, il cui primario, all’epoca, era il dottor Luigi Mario Addante.

20 Agosto 2009

di Nicola Mangialardi

BARI - Entrare nel vecchio pronto soccorso del Policlinico, di notte, passando inosservati, è un gioco da ragazzi. Non occorre essere Arsenio Lupin o una primula rossa per introdursi, anche con un ciclomotore, in quella parte di ospedale che si trova tra l'ingresso principale, che di notte resta chiuso, e l'ingresso delle ambulanze per il nuovo pronto soccorso, varco quest'ultimo presidiato dalla vigilanza privata dell'ospedale. A piedi o in motorino, chiunque può entrare attraverso quello che una volta era l’ingresso delle ambulanze dirette al pronto soccorso, il cui primario, all’epoca, era il dottor Luigi Mario Addante.

Una volta entrati, indisturbati, in quella parte di ospedale che si trova al disotto del livello stradale, sulla destra ci si trova con i due accessi ai locali praticamente spalancati. Sull’uscio di uno, un cartello a bandiera, semidistrutto, che indica «lavori in corso». Si entra nel corridoio dove, quando quel plesso funzionava, c'erano file di panchine su entrambi i lati, accostate alle pareti, che fungevano da sala d'attesa sia per i pazienti che attendevano di essere visitati, sia per i loro parenti in trepidante attesa del verdetto dei medici.

stanze chiuse e aperteMolte stanze, a quel primo livello, che un tempo erano adibite a vani di accettazione e monitoraggio in fase di prericovero dei pazienti, sono chiuse a chiave. Qualche bene informato sostiene che buona parte di quegli ambienti siano in uso a un’azienda che effettua servizi ausiliari. In fondo al corridoio, lato piazza Giulio Cesare, di fianco al vecchio posto fisso di polizia, una scala e un ascensore (funzionante) portano al primo piano dove, a differenza del piano terra, le stanze sono quasi tutte aperte.
la casa dei barboni Ma, fino a questo punto, di quei «lavori in corso» segnalati sulla porta d'ingresso spalancata al piano di sotto, neanche l'ombra. Proseguiamo il nostro viaggio attenti anche a non fare qualche cattivo incontro. Si, perché, pare che qui, soprattutto d'inverno, trovino rifugio di notte tossicodipendenti e barboni. In fondo al corridoio, da un lato la parete perimetrale del muro di confine esterno dell'ospedale e dall'altro una grande porta antipanico, dall'altra parte opera l'equipe sanitaria della centrale del 118. A questo punto la curiosità aumenta e, sbirciando in quelle stanze al primo piano, troviamo praticamente di tutto in uno stato di abbandono a causa dell'oblio del tempo e dell'incuria dell'uomo.
una valanga di fascicoli Sugli scaffali e all'interno di armadi aperti, scatoloni di carte. Peggio: interi fascicoli accatastati. Una sbirciatina è d'obbligo per l'occhio del cronista che sta documentando, incredulo, come sia facile entrare in uno dei posti dove l'accesso dovrebbe, di regola e per legge, essere non diciamo blindato ma quasi. Tra i fascicoli, alla mercè di chiunque voglia entrare in quel posto, documenti e appunti di studio e di attività convegnistica. A ben guardare, roba da non credere, ci sono anche diverse cartelle cliniche di pazienti ricoverati nei reparti dell'ospedale anche qualche settimana fa. Ma che ci fanno lì, in quel posto non sorvegliato e aperto anche a malintenzionati, quelle cartelle? Come ci sono finite? Le cartelle cliniche non contengono quei dati che la legge e il buon senso catalogano come «sensibili»? Eppure, è possibile trovare la cartella clinica del signor Rossi, ricoverato una decina di giorni fa nel reparto di chirurgia plastica universitaria, con tanto di descrizione analitica della patologia, una descrizione accurata dell'anamnesi, la diagnosi e la cura oltre, ovviamente, a tutti i dati anagrafici del malcapitato. Chiunque, da lì, può trafugare indisturbato le cartelle che invece sarebbero dovute finire in un archivio riservato della struttura sanitaria. Invece no. E se quei dati dovessero servire nuovamente al paziente, come si fa a recuperarli? Magari, per sopperire alla sparizione della cartella, lo sfortunato paziente viene sottoposto nuovamente agli stessi esami, già compiuti? Il tutto con un accanimento diagnostico ai danni del malato e con una duplicazione dei costi ai danni del già succinto bilancio della sanità pubblica.
il regno dell’abbandono Sempre più increduli di quanto lo scafato occhio del cronista osserva, continuiamo il nostro silenzioso viaggio notturno per quelle stanze che una volta ospitavano gli uffici amministrativi del pronto soccorso. La musica non cambia. I latini avrebbero detto: «Nihil novi sub solem», niente di nuovo sotto il sole, o - in questo caso - al buio di quegli angusti locali dell'ospedale più grande del Mezzogiorno d'Italia. Anche nelle altre stanze carte, fascicoli, dispense e documenti sanitari di pazienti passati per quella struttura. L'incredulità dell'occhio viene sconfitta dalla sconcertante realtà dei fatti. In quella zona dell'ospedale, tra l'altro una delle più centrali, ci si può arrivare e stazionare indisturbati e soprattutto senza che nessuno se ne accorga. A quel punto, documentata l'«avventura», ritorniamo sui nostri passi, quasi non riuscendo a capacitarci di quello che abbiamo vissuto: un giro indisturbato nei meandri del Policlinico, lontano dai vigili occhi di chi avrebbe dovuto sorvegliare e invece non lo fa.
il dubbio atroce Il ritorno «alla luce» è molto semplice, al punto che sorge un atroce interrogativo: e se al posto della curiosità giornalistica di documentare questo enorme disservizio ci avesse mosso il folle interesse criminale di compiere un attentato? Quale inimmaginabile evento avrebbero raccontato le cronache? Intanto, usciamo dal vecchio pronto soccorso, ripercorriamo la rampa di accesso dalla quale eravamo entrati e sbuchiamo su piazza Giulio Cesare. Insalutati ospiti.
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