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L'intervista rosa

Francesca Dallapé, tuffi di passione. Tokyo è il grande sogno

«Io e la Cagnotto? Un riferimento. Ci diciamo tutto e c’è rispetto»

Dallapé, tuffi di passione. Tokyo è il grande sogno

Il primo tuffo a sei anni. Ed è stato subito amore. Mentre gli altri bambini imparavano a nuotare lei non voleva saperne di stare in acqua. Su dalla scaletta e poi splash nella vasca. A ripetizione, anche dieci volte di fila. Poi il gioco si è fatto serio e i tuffi sono diventati la sua quotidianità. Quando si dice il destino. Francesca Dallapè, anni 34, trentina, è la più forte tuffatrice italiana, insieme alla sua inseparabile amica e compagna di doppio, Tania Cagnotto. Tesserata per il gruppo sportivo dell’Esercito è stata argento olimpico a Rio 2016. Nel suo palmares 8 ori Europei e 2 argenti mondiali.

Qualche settimana fa è stata definita il campione trentino di tutti i tempi.

«È stato un concorso lanciato dal giornale “L’Adige” durante il lockdown. È stato un bel modo di parlare di sport in un periodo in cui tutti eravamo fermi. È iniziato come un gioco, poi mi sono appassionata alla sfida e ci ho tenuto ad arrivare fino in fondo grazie al sostegno degli amici e dei tifosi. È stato un bell’effetto sentire attorno a me il calore di tanti sostenitori che ringrazio per l’affetto».

Perché i tuffi?

«Ho iniziato da piccola un corso di nuoto con quella che poi sarebbe diventata la mia allenatrice. Mi piaceva tuffarmi in continuazione. Stare in acqua mi annoiava. Hanno visto in me una predisposizione e allora sono passata ai tuffi che non avevo ancora imparato a nuotare».

Come si diventa una tuffatrice?

«È un percorso lungo, fatto di costanza, determinazione, fatica. È un lavoro che si deve fare tutti i giorni perché è una ricerca continua della perfezione. Non ti puoi adagiare».

Si dice che, tra le discipline del nuoto, i tuffi in realtà siano l’unica specialità che non ha quasi nulla in comune con l’acqua.

«In effetti è così. I tuffi sono una disciplina acrobatica che assomiglia più alla ginnastica artistica. Nella ginnastica si arriva su una pedana, nei tuffi si conclude in vasca».

Cos’è per lei Tania Cagnotto?

«Un punto di riferimento, un esempio da un punto di vista sportivo, ma anche nella vita privata. Una grande compagna di squadra. Abbiamo lo stesso modo di vedere e di approcciarci al lavoro».

Il vostro segreto?

«C’è sempre stato rispetto, ci siamo sempre fidate l’una dell’altra. E ci diciamo tutto in faccia. C’è confronto costante».

C’è stata una volta che avete litigato?

«No, mai. Proprio perché, come ho detto, il confronto è continuo. Questo fa sì che eventuali problemi vengano affrontati subito e quindi possano essere risolti alla radice».

Come ci si allena senza sapere quando si potrà tornare a gareggiare?

«Abbiamo ricominciato ad allenarci appena è stato possibile, anche se non sappiamo come andranno le cose. Sarà un periodo difficile, ancora la situazione non è delle migliori, c’è grande incertezza. È dura allenarsi senza un calendario, senza obiettivi precisi».

Le Olimpiadi di Tokyo sono stare rinviate al 2021, ma in realtà traballano. Ci pensa a una possibile cancellazione?

«Sì, io ci penso. Forse sarò troppo pessimista, ma, considerato lo stato attuale, vedo tutto molto difficile. Mi auguro che non le cancellino, e che la situazione internazionale migliori».

La medaglia più bella della vita?

«L’argento di Rio 2016, senza dubbio. Una medaglia olimpica non può che essere bella e appagante».

E quella che sogna?

«Quella che non ho conquistato a Londra 2012 (lei e Cagnotto quarte nei 3 metri sincro, ndr). La medaglia di legno di quei Giochi fa ancora male».

Nei tuffi c’è il giudizio della commissione sulla qualità della prova. Lei pensa che la meritocrazia sia sempre garantita?

«La filosofia che ho sempre portato avanti negli anni è che il lavoro paga. Certo, ci vuole anche fortuna, ma ho sempre creduto che raccogli ciò che semini. Il mio talento è stato allenarmi sempre e lavorare, appunto».

Com’è stato tornare dopo la maternità?

«È completamente diverso gareggiare e allenarsi prima e dopo la maternità. Anche perché, da atleta-mamma, la mente non è più esclusivamente orientata allo sport. La concentrazione e le energie devono fare i conti con una figlia».

Quanto è più dura?

«È indubbiamente difficile, ma è molto stimolante. Una donna che diventa mamma non deve rinunciare al proprio lavoro e non deve abbandonare le sue passioni».

Ludovica che farà da grande?

«A me piacerebbe che lei facesse sport, non necessariamente i tuffi. Non deve diventare una campionessa, ma mi auguro che sia una sportiva per lo stile di vita che questo rappresenta».

Eppure con Maya, la figlia di Tania Cagnotto, la vediamo spesso impegnata in primi tuffi. State già lavorando per la coppia del futuro?

«Ma no... Si divertono molto insieme, anche se si vedono poco. Hanno un bell’affiatamento. Chissà, poi si vedrà. Ora è presto».

Si parla della rivoluzione che potrebbe portare la nuova riforma del ministro dello Sport Spadafora che contiene anche una parte dedicata al professionismo. Da atleta di uno sport minore, dove sappiamo quanto sia importante contare sui gruppi sportivi militari, cosa ne pensa?

«Sono orgogliosa di far parte del gruppo sportivo dell’Esercito. Se non ci fossero i gruppi sportivi dei corpi militari non potremmo fare quello che facciamo. Per me sarebbe stato impossibile fare questa carriera e lo stesso discorso vale per la stragrande maggioranza dei colleghi di altri sport agonistici. Anzi, se non ci fossero i gruppi sportivi militari non ci sarebbero gli atleti».

Dove si vede a luglio 2021?

«In questo momento chi può dirlo. Se sarò a Tokyo? Non lo so proprio, ci sono troppe cose in ballo. E soprattutto non dipende solo da me».

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