Giovedì 11 Agosto 2022 | 07:44

In Puglia e Basilicata

Uva d'oro pagata due soldi: è crisi nei campi di Puglia

Uva d'oro pagata due soldi: è crisi nei campi di Puglia
dal nostro inviato STEFANO BOCCARDI
I commercianti sono disposti a pagare ai produttori prezzi così bassi che molti ritengono più conveniente lasciare a marcire patate, angurie, meloncini. Restano sulla pianta anche centinaia di tonnellate di uva da tavola. La «Vittoria» rischia di rimanere incolta o di finire in cantina a non più di 5 centesimi al chilo. Finora, in media veniva pagata 40-50 centesimi. Ai consumatori però il prezzo è lo stesso dell'anno scorso, se non di più. E molti agricoltori vendono le loro terre
• L'intero raccolto venduto a forfait dimezzato il numero dei braccianti
• «Uva importata e coltivata senza controlli. C'è chi usa gli ormoni per i grappoli»

15 Agosto 2009

RUTIGLIANO - Lungo la vecchia strada che dalla periferia di Rutigliano conduce a Casamassima, davanti a un tendone d’uva bianca «Vittoria» ancora incolta, c’è un cartello con su scritto «Vendesi». Eccolo il segno inequivocabile. Eccolo il segno che racconta più di mille parole quel che sta accadendo nelle nostre campagne. Nelle campagne del sud-est barese. Quel «Vendesi» ha soprattutto la forza di sintetizzare in una sola parola un viaggio di due giorni. Un viaggio che ha preso le mosse da una segnalazione giunta in redazione: «La crisi economica sta facendo crollare i prezzi dei prodotti agricoli. E così, nelle campagne baresi c’è tanta uva non raccolta. Più a sud, nel Brindisino, nessuno sta più raccogliendo le angurie. E più giù ancora, nel Leccese, i meloni gialli rischiano di marcire al sole. Un po’ come è accaduto alle patate di Polignano a Mare. Un po’ come rischia di accadere all’insalata. Un po’ come in parte è già accaduto al grano del Tavoliere o alle ciliegie di Turi. Un po’ come sta accadendo al pomodoro della Capitanata». 

Sembrava una segnalazione allarmistica, troppo allarmistica. E in realtà, in quelle parole, un certo allarmismo c’è di sicuro. Ma girando in lungo e in largo il sud-est barese e spingendosi sino al Brindisino, è facile trovare conferme a quelle parole. Dappertutto, a prevalere è un evidente senso di desolazione. Aggravato non tanto e non solo dal fatto che qua e là si intravedono campi incolti o tendoni abbandonati, o campi tenuti a riposo. Quel che, soprattutto nel sud-est barese, rende desolante attraversare le campagne in questi giorni è il confronto con ciò che accadeva solo l’anno scorso o due anni fa, quando in questo stesso periodo c’era un incredibile via vai di tir di ogni dimensione. Quest’anno, quel trambusto sembra un sogno. Soprattutto per le centinaia di famiglie che, in un modo o nell’altro, vivono di agricoltura: dai produttori ai braccianti, dagli autotrasportatori ai commercianti, sino agli intermediari che da sempre sono l’anello forte di una catena che sembrava inossidabile. E invece, quest’anno, almeno finora, la catena sembra essersi spezzata. Lasciando sulla pianta centinaia di tonnellate di uva da tavola. Soprattutto la prima uva, la «Vittoria» che ora rischia di rimanere incolta o di finire in cantina a non più di 5 centesimi al chilo. Altro che i 40-50 centesimi che di media sono stati pagati sinora. Eccolo spiegato il senso di quel «Vendesi ». Che diventa ancora più forte nelle parole di due giovani agricoltori che s’interrogano sconsolati sul da farsi: «Magari si potesse vendere. Quel “Vendesi” in realtà è un’illusione. Qui siamo tutti alla canna del gas. Altro che vendere o comprare». 

Un lamento che calza a pennello con le parole dei più anziani. Con le parole di chi, soprattutto negli anni Ottanta e sino alla metà degli anni Novanta, ha accumulato delle autentiche fortune con l’uva da tavola. Uno lo incontriamo nelle campagne di Noicattaro. Si chiama Carlo (ma chissà se il nome è esatto) e ha 64 anni. «Se non accade un miracolo - dice - la nostra agricoltura ha i giorni contati». «Ma le sembra normale - aggiunge - che il governo ci venga a raccontare che qui al Sud dobbiamo vivere solo di turismo? E poi: le sembra normale che il ministro Zaia, il leghista Zaia, si occupi solo di quote latte e di uva da vino? Se non ci diamo una regolata, qui salta tutto». 

Sembra di risentire parole d’altri tempi. Parole forti come quelle, diverse ma ugualmente efficaci, che nei primi anni Sessanta riecheggiavano dai microfoni di una Rai che aveva l’ardire di inviare in giro per l’Italia meridionale fuoriclasse come Ugo Gregoretti. Parole che dovrebbero - ma tanto non accadrà - far riflettere il partito trasversale del malaffare in sanità. Quel partito, finalmente finito sotto i riflettori anche in Puglia, che sperpera milioni di euro con la stessa spensieratezza con cui va a puttane o si fuma il cervello con la cocaina. Parole, comunque, che rischiano di sbattere il muso con una realtà ancor più crudele. «Io spero davvero che non accada - dice Marino Santamaria, di Noiacattaro, uno dei fratelli titolari di una delle più importanti aziende di import export di prodotti ortofrutticoli -. Ma se questa situazione, finora limitata all’uva “Vittoria”, dovesse tra un mese riproporsi per l’uva “Italia”, qui sarebbe la catastrofe». 

Santamaria spera soprattutto che torni a dare segni di vita il mercato inglese. «La crisi della sterlina e la chiusura di fatto dei mercati dell’Europa dell’est, dove l’anno scorso si sono sommate centinaia di casi di insolvenza - spiega Santamaria - sono a mio avviso la causa principale di questa situazione. Non possiamo contare tutti sulla Germania. Che è rimasto l’unico mercato europeo veramente ancora attivo». 

Un’analisi, quella svolta da Santamaria, che sembra ricalcare gli ultimi dati macroeconomici provenienti da Eurolandia. Quelli che sono appena stati diffusi dai governi di Francia e Germania, appunto. Gli unici due Paesi nei quali il Pil (prodotto interno lordo) torna a crescere dopo mesi di stagnazione e recessione.
dal nostro inviato STEFANO BOCCARDI
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