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In Puglia e Basilicata

Sfida «tech»

La pandemia cambia il lavoro e l'automazione accelera: in aumento i «Cobot»

Bari, due robot in corsia al Policlinico

Nelle aziende aumenteranno i Cobot, i robot 4.0, collaborativi

11 Maggio 2020

Gaetano Campione

Quelli buoni si chiamano Cobot, robot collaborativi, veri e propri assistenti tecnologici progettati per agire secondo istruzioni umane o per reagire a comportamenti e azioni umane. Aumenteranno sempre più nelle aziende perché l’impatto della pandemia sul mondo del lavoro porterà ad un’impennata dell’automazione.

Lo sottolineano analisi, studi, ricerche, proiezioni, anche se realizzati e diffusi prima dell’emergenza coronavirus: il 30 per cento delle attività svolte oggi nell’ambito del 60 per cento delle occupazioni può essere automatizzato; una percentuale di posti di lavoro compresa tra il 9 e il 50 per cento nell’immediato futuro sarà presa in carico dai robot; il 5 per cento del totale dei lavori attuali potrebbe essere sostituito dalle tecnologie attualmente in uso; entro la metà del 2030 saranno automatizzati il 30 per cento dei posti di lavoro in 29 Paesi.

C’è anche chi, come l’Istituto italiano di tecnologia, ipotizza questo scenario: «I robot ci sveglieranno la mattina, ci prepareranno la colazione, riordineranno casa, la sorveglieranno in nostra assenza, assisteranno i più anziani, accompagneranno i nostri figli a scuola, e li aiuteranno a fare i compiti, porteranno il cane a fare pipì, si prenderanno cura di noi quando ci ammaleremo».

La madre di tutti gli interrogativi è: i robot rappresentano un rischio o una opportunità? Il dibattito è avviato da tempo. Divide la comunità come ai tempi dei guelfi e dei ghibellini. C’è chi è convinto che le “macchine” ci ruberanno il lavoro, chi sostiene che ci aiuteranno a liberarci di compiti e funzioni noiose e ripetitive, chi, infine, punta sulla convivenza pacifica se i robot resteranno uno strumento nelle mani dell’uomo. Eppure, notizia recente, nel laboratorio di ricerca di Facebook sull’intelligenza artificiale, due robot hanno iniziato ad interagire parlando una lingua sconosciuta agli scienziati e comprensibile solo a loro. Esperimento sospeso. Insomma, il futuro resta un’incognita.

Molto più facile che l’automazione - si sta già verificando - non distruggerà il mercato del lavoro, ma lo ridisegnerà. Non senza cambiamenti radicali legati alla nostra quotidianità. La domotica, in fin dei conti, rende la casa più confortevole, i droni hanno rivoluzionato il modo di fare la guerra, gli esoscheletri migliorano la vita di chi è colpito da una disabilità. Se la Royal Caribbean ha già sperimentato a bordo delle navi da crociera in giro per il mondo il robot barman, entro il 2027 il 90 per cento delle notizie rischia di essere scritto da un computer. Gli esempi non mancano. Dall’anchorman virtuale, sotto forma di ologramma, impegnato a leggere in studio le notizie dell’agenzia di stampa cinese Xinhua, a Buzzbot, il robot reporter capace di raccogliere informazioni utili durante la campagna elettorale di Donald Trump da sottoporre poi ai giornalisti, quelli in carne ed ossa, passando per Wordsmith, il generatore automatico di contenuti: ha scritto un miliardo di articoli in un anno. Forse, finalmente, l’autorevolezza diventerà l’arma vincente.

Si torna all’interrogativo iniziale. Automazione, rischio o opportunità?

Il gruppo di lavoro Ambrosetti (350 membri) sul sistema paese ci racconta che il 14,9 per cento degli occupati in Italia (cioè 3,2 milioni di persone, stima legata all’elaborazione dei dati Istat 2017) potrebbe perdere il posto di lavoro nell’arco dei prossimi 15 anni. La percentuali di rischio è maggiore (17 per cento) tra i meno qualificati e i non laureati, più bassa (1 per cento) tra i lavoratori con diploma di specializzazione universitaria. Le professioni che subiranno meno l’impatto dell’automazione saranno quelle legate alla salute (psicologi, chirurghi, ecc.), in quanto si tratta di occupazioni caratterizzate da attività più complesse con una forte componente relazionale, capacità creative e innovative.
Tra i professionisti l’allarme scatta per tecnici matematici, commercialisti e analisti di credito. Pur avendo un livello di istruzione elevato svolgono mansioni facilmente sostituibili grazie alle nuove tecnologie e innovazioni digitali (software e algoritmi capaci di effettuare calcoli complessi con una maggiore accuratezza e minor tempo rispetto all’uomo).

Ma è anche vero che il ricorso all’innovazione per ogni nuovo posto di lavoro creato ne genera, per effetti diretti indiretti e indotti, altri 2.1. Quindi, la crescita di nuove figure professionali compensa in parte la perdita di dipendenti meno qualificati e sostituibili con maggior facilità e diventa strettamente legata ad un nuovo modo di fare l’impresa. Prendiamo l’agricoltura, uno dei settori economici vitali della Puglia che produce. L’hi-tech ha già reso disponibili robot-contadini pronti a controllare lo stress idrico e il livello di maturazione del raccolto, di diagnosticare le patologie delle piante. Un altro settore in forte crescita, sotto il profilo dell’automazione, è quello dell’agroalimentare e della trasformazione del prodotto, in grado di fornire prodotti sempre più specifici anche grazie al contributo della grande distribuzione: l’insalata sminuzzata, pronta all’uso, con diversi ingredienti, presenza quotidiana sulle nostre tavole, è il frutto dell’innovazione. Per il World economic forum il futuro è in movimento. C’è già oggi bisogno di figure esperte di privacy, meccanica, clouding, internet of things, intelligenza artificiale, logistica di largo consumo, con un collegamento sempre più forte tra istruzione e mondo produttivo: a fronte dei 75 milioni di posti di lavoro in via di estinzione fino al 2022, arriveranno nuove occupazioni per 133 milioni di persone.

Dall’analisi dell’Ocse emerge che in media, nei prossimi 15-20 anni, nei paesi industriali l’automazione potrebbe comportare una perdita di posti di lavoro dell’ordine del 14 per cento e richiedere trasformazioni radicali per circa il 32 per cento dei posti di lavoro. A parità di produzione, in 15-20 anni una riduzione del 14 per cento del lavoro impiegato implicherebbe un aumento di produttività di meno dell’1 per cento all’anno.

I dati sulla Puglia erano incoraggianti prima dell’emergenza sanitaria. Eurostat premiava l’impegno della Regione sul versante lavoro con una riduzione della disoccupazione nel biennio 2017-2018 (meno 2,8 punti, dal 18,9 per cento al 16,1 per cento). Ma lo tsunami covid ha senza dubbio creato problemi il cui impatto socio-economico è ancora tutto da valutare e da quantificare. Il rischio di automazione nel Mezzogiorno era comunque di un punto in più rispetto al Centro Nord (15,5 per cento) dove risiede oltre il 26 per cento degli occupati italiani.

Le rivoluzioni industriali precedenti (siamo alla quarta, caratterizzata dalla diffusione del digitale e delle nuove tecnologie in tutti i Paesi avanzati) hanno dimostrato che il livello di benessere e di ricchezza, il Pil pro-capite, della popolazione sia sempre cresciuto. Nessuna catastrofe, dunque, nessuna apocalisse.
Il rapporto con la tecnologia è complicato e allo stesso tempo inevitabile e utile. La vera sfida è quella di comprendere la portata del cambiamento tecnologico sfruttandone al massimo le potenzialità attraverso la cooperazione uomo-robot finalizzata a migliorare la produttività delle imprese.

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