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In Puglia e Basilicata

Ostaggi dei pirati A Molfetta la gioia per l'incubo finito

Ostaggi dei pirati A Molfetta la gioia per l'incubo finito
I marinai del Buccaneer sono stati in mano ai pirati somali dall'11 aprile, ora finalmente stanno tornando a casa. Tra i membri dell'equipaggio due sono pugliesi
• Filomeno, il cuoco pugliese, torna in cucina
• L'incognita del riscatto. Anche se la cifra è alta si paga sempre 
• I pirati dicono: ci hanno pagato 5 milioni di dollari, ma le autorità italiane smentiscono 

11 Agosto 2009

di STEFANO BOCCARDI 

MOLFETTA - Quando l’altra sera, «alle undici meno venti, la signora Nobili della Farnesina» l’ha chiamata per darle la notizia della liberazione di suo marito, lei che non fa nulla per nascondere la sua grande fede cattolica ha esclamato a gran voce un inequivocabile «Sia lodato Gesù Cristo». È felice e non lo nasconde la signora Maria Begonia Gonzalez, moglie del direttore di macchina Ignazio Angione. Nel primo pomeriggio, in questa casa dove ci riceve, al 4° piano di via Martiri di via Fani, la signora sembra più giovane di vent’anni. 

«È la fine di un incubo», dice alla Gazzetta. «Non vedo l’ora di riabbracciarlo. Perché è stata dura. Stamattina (ieri per chi legge - ndr) l’ho sentito intorno alle 10. È stato bellissimo. Sentirlo finalmente libero. Non più sotto la pressione delle armi. Non più che se la prendeva con noi e con il governo». Maria Begonia - come aveva già fatto in mattinata insieme con la sua compagna di ventura, la signora Susanna De Bari, moglie dell’altro marinaio molfettese, il cuoco Filomeno Troilo - conferma che l’intero equipaggio del Buccaneer in questi quattro mesi di prigionia ha potuto contare su quel c’era a bordo: «pochi viveri e poca acqua». Ma la signora, adesso, non ci vuol pensare. «Sono tutti liberi. Sono in navigazione verso Gibuti, dove dovrebbero arrivare tra due-tre giorni. Da lì arriveranno in aereo in Italia. E solo allora, quando lo rivedrò, potrò festeggiare. Non mi piacciono tutti questi festeggiamenti di cui sento parlare. Io voglio festeggiare in famiglia, con i miei figli». 

Signora, che lei sappia, com’è stata la permanenza a bordo in questi quattro mesi? Suo marito o qualcun altro è stato portato a terra? «No. Tutti sono rimasti sempre in nave. Li spostavano a gruppi di cinque, li nascondevano, impedivano agli altri di vederli, ma restavano a bordo». 

Poche ore fa, quando lo ha sentito, le ha parlato del riscatto di 4 o 5 milioni di dollari? «No. Non m’ha detto niente. Ma lui non ti dice più di tanto. Comunque, non vi illudete. Se è stato pagato un riscatto, non si saprà mai». 

Che lei sappia, in questi 4 mesi la Buccaneer è rimasta nello stesso porto o si è spostata? «No. La nave è stata sempre ferma». 

Dove? Lei lo sa? «Ci hanno dato una mappa. Ma è un segreto». 

E perché? Che cosa c’è di tanto misterioso? «Non lo so. Guardi, gliela faccio vedere, ma non posso dargliela. La nave è rimasta qui, tra Las Khoreh e Ga’An vicino Boosaaso». 

Possiamo almeno fotografarla? «No. Dalla Farnesina sono stati categorici». 

In mattinata, la moglie di Filomeno Troilo ha detto che il marito è rimasto molto provato da questa esperienza. Suo marito invece... «Non tocca a me dire che cosa farà mio marito. Posso soltanto dirle che è direttore di macchina e che va per mare da quando aveva 16 anni». 

In questi mesi, più volte, i pirati hanno fatto trapelare che a bordo c’erano sostanze pericolose. Soprattutto rifiuti tossici. «Tutto falso. La nave era stata appena acquistata dalla “Micoperi” di Ravenna, la compagnia per la quale mio marito lavora da anni. Lui è partito in aereo. E ricordo che non ci voleva andare laggiù».

Perché? Le aveva manifestato delle paure? «Non c’era mai stato nel Golfo di Aden. E poi si sapeva che è un posto pericoloso». 

Suo marito in questi mesi le ha detto che cosa accadde l’11 aprile? «Sì. I pirati li abbordarono facilmente perché stavano navigando a bassa velocità. Il Buccaneer stava rimorchiando due piccole imbarcazioni». 

Che cosa vi siete detti al telefono in questi mesi? «Quello che volevano i pirati». 

Nei giorni scorsi s’è parlato di un ultimatum. Era vero? «Sì. Ed era già accaduto almeno altre due volte». 

Quindi, ci può essere stata un’accelerazione... «No. Perché il governo ha lavorato benissimo. Sapeva che non potevano toccarli. Lì c’erano tre navi militari».
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