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In Puglia e Basilicata

l'intervista

«Nuove zone rosse e tamponi a chi è in prima linea»: parla il farmacologo Garattini

«Nuove zone rosse e tamponi a chi è in prima linea»: parla il farmacologo Garattini

Il punto sulla ricerca. Vaccino forse pronto per dicembre

24 Marzo 2020

Nicola Simonetti

Tempo di coronavirus, tanti gli interventi, moltissime le opinioni nemmeno suffragate da un corredo di conoscenze e di successi ottenuti sul campo.
Silvio Garattini si discosta di molto di questa «palude»: è stato direttore dell’Istituto Mario Negri, è un'autorità scientifica a livello internazionale (ha ricoperto varie cariche nell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, e nell'Eortc, l'Agenzia europea dei tumori, oltre che nel Consiglio superiore di Sanità italiano) ed è un personaggio familiare anche al grande pubblico.
Professore, l’attuale situazione della pandemia, in Italia, può dirsi giunta alla fase di inversione di tendenza?
Difficile dirlo, per l’Italia, dove, ora, si registra un forte progresso di casi. Per una inversione, bisogna ancora attendere mentre sembra che, da noi, in Lombardia, la situazione vada verso l’attenuazione, poiché l’inizio si è avuto giorni prima che altrove dove, invece, ora l’infezione avanza.

Prevedibili nuove «zone rosse»?
Bisogna assolutamente farlo subito, avere il coraggio di «chiudere» e non attendere. Si difenda subito il territorio nel quale si registra un inizio di impennata di casi. Così è stato fatto, per esempio, a Cologno e ne riscontriamo i risultati. Così non è stato fatto, purtroppo, a Bergamo (avvertiamo una punta di turbamento nel professore che ha origini bergamasche) ed ecco, malauguratamente, le conseguenze.

Si parla di generalizzare i «tamponi» diagnostici...
Impossibile sottoporre tutta la popolazione, ma l’indagine va necessariamente eseguita su medici e tutto gli altri operatori sanitari, sul personale dei supermercati, delle fabbriche e su chiunque, per motivi professionali o altro, abbia contatti con chicchesia. Una indicazione, certo, da porre con intelligenza per tutti i gruppi di persone a rischio di contagio.

È necessario proteggersi con le mascherine?
In generale, molto meglio averle che no. Ma deve trattarsi di tipo di arnese veramente difensivo, utile. Altrimenti, è inutile e controproducente perché darebbe false convinzioni di essere protetti, cosa che, invece, non è.

A che punto è la ricerca nella terapia?
Molto indietro. L’iniziale proposta di uso di due farmaci utilizzati contro il virus dell’Aids ha rilevato, soprattutto, effetti collaterali (oltre 14% nell’esperienza internazionale); sperimentazione è in corso per un farmaco utilizzato contro virus Ebola e Sars; si saggia, in Francia e, probabilmente inizierà anche in Italia, la clorochina (un antimalarico) che impedisce al virus di assemblare il materiale necessario per la propria replicazione. In prova, specie da noi, una molecola antinfiammatoria, un anticorpo (ticilizumab) già in commercio per il trattamento dell’artrite reumatoide.

Nel frattempo, in Cina (più avanti di tutti avendo iniziato prima), si saggiano altre molecole; in Giappone, si tenta l’uso di un farmaco capace di impedire al virus di riprodursi.
Su questi è difficile pronunciarsi e giudicare. Mancano, tra l’altro, i controlli. Una via promettente è la sperimentazione, in Cina, di anticorpi derivati da sangue di soggetti che, già malati, ne sono guariti. Utilizzare (moltiplicandoli), cioè gli anticorpi che l’ organismo dei guariti ha prodotto (una specie di «autovaccino» avanzato) per sconfiggere il virus. Sono in fase ancora molto sperimentale.

Il vaccino?
Diversi gruppi di ricerca, nel mondo, si stanno impegnando a prepararlo. Le migliori previsioni sono per una disponibilità per fine anno. In tal caso, se ci fosse un attacco di ritorno, avremmo la difesa pronta.

Ma se, ne frattempo, il virus si «travestisse», cioè se operasse delle mutazioni?
Possibile. Ma c’è da tener presente che avendo già un vaccino efficace contro il virus originale, sarà più agevole e più veloce approntarne un altro valido contro il suo «figlio» degenere.

Si parla, oggi di «immunità» al Covid-19. che sarebbe presente in persone sottoposte a vaccinazione anti-tubercolare, come sarebbero molti extracomunitari. Si tratta di fake news?
È solo ipotesi. Nessun dato disponibile.

Una sua considerazione finale?
Quando – speriamo prestissimo – sarà finita questa pandemia, si renderà indispensabile ricapitolare i tanti errori fatti. Va rivisto ab imis, dalle basi, il Servizio sanitario nazionale e, in particolare, la sua applicazione. Il Paese che, oggi, chiede farmaci, dovrà rendersi conto che senza ricerca non c’è futuro. In Italia, a questo settore, è riservato un terzo appena di quanto assicura il Governo tedesco, una metà di quanto è dato a livello europeo. Non è pensabile, inoltre, l’intoppo determinato da burocrazie e carenze. I politici dovranno rendersene, finalmente, conto. Indietro tutta ma con giudizio.

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