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In Puglia e Basilicata

Rifiuti tossici a Tito l’inchiesta va avanti la bonifica è ferma

Rifiuti tossici a Tito l’inchiesta va avanti la bonifica è ferma
di GIOVANNI RIVELLI
Nove anni fa u n’inchiesta del pm Henry John Woodcock con la polizia provinciale di Potenza guidata dal tenente Giuseppe Di Bello por- tò alla scoperta di una montagna di fanghi industriali nell’area industriale di Tito Scalo, a ridosso del capoluogo lucano. Oggi l’inchiesta, che vede indagate sei persone tra cui tre successivi vertici del consorzio industriale, è arrivata alla conclusione delle indagini ma quei veleni stanno ancora lì e la situazione va sempre peggio
• La Valle del Basento e la bonifica infinita

07 Agosto 2009

di GIOVANNI RIVELLI

TITO SCALO (POTENZA) - Nove anni fa u n’inchiesta del pm Henry John Woodcock con la polizia provinciale di Potenza guidata dal tenente Giuseppe Di Bello por- tò alla scoperta di una montagna di fanghi industriali nell’area industriale di Tito Scalo, a ridosso del capoluogo lucano. Oggi l’inchiesta, che vede indagate sei persone tra cui tre successivi vertici del consorzio industriale, è arrivata alla conclusione delle indagini ma quei veleni stanno ancora lì e la situazione va sempre peggio. 
Così su quella zona, già classificata tra i siti inquinati di rilevanza nazionale, è intervenuto il ministero dell’Ambiente che ha dato dieci giorni per mettere in sicurezza le falde acquifere e quei «sigari» di plastica contenenti fanghi di dubbia provenienza e fosfogessi che potrebbero compromettere i vicini torrenti Tora e Frascheto. 

Lo scorso 30 luglio, in una lettera a Consorzio Asi, Regione e Provincia, il Ministero ha lamentato l’intattività in quell’area ponendo l’accento, in particolare, sulla «vasca fosfogessi», vale a dire quella specie di catino in cui sono raccolti 220mila metri cubi di fanghi. E proprio su quella vasca, al Ministero, lo scorso 20 luglio, era arrivata un segnalazione dalla Polizia provinciale nella quale si denuncia uno stato di «compromissione da lesione e tagli in superficie dei teli in Hdpe (polietilene ad alta densità, ndr) che contengono fanghi industriali di varia provenienza. Inoltre dalla medesima nota - spiega il Ministero - emerge che “poichè le vasche non sono a tenuta stagna e il fango nonè solidificato, la rottura del materiale impermeabile di contenimento comporterebbe la dispersione del rifiuto pericoloso nel sottosuolo, nelle acque di falda che confluiscono nel torrente Tora e quindi sul fiume Basento». 

Il problema, insomma, si aggrava, ma che ci fosse un problema lo si sapeva. Lo stesso ministero fa riferimento a precedenti incontri sulla bonifica del sito, a impegni presi e non rispetatti. «Con nota del 24 marzo 2009 - si legge nella lettera - il Ministero dell’ambiente aveva formulato le seguenti osservazioni e prescrizioni: l’immediata attivazione delle misure dimessa in sicurezza e la presentazione, entro 15 giorni di un’ipo - tesi di intervento di bonifica sulla falda» anche per evitare il «propagarsi della contaminazione al di fuori della falda, in particolare verso bersagli sensibili sostituiti dai torrenti Tora e Frascheto». 
E nella stessa nota si chiedevano lumi sulla bonifica delle scorie siderurgiche, dell’amianto, dei rifiuti sparsi. 

Così, ora il Ministero chiede all’Arpab «di fare un sopralluogo e di relazionare in merito» e al Consorzio industriale «di dare riscontro alla nota del 24 marzo 2009» e di «relazionare dettagliatamente, anche con report fotografico, sullo stato di conservazione della sopra citata “vasca fosfogessi”», ma soprattutto sollecita la messa in sicurezza, attività che, spiega, «dovranno essere poste in essere nel più breve tempo possibile e dovrà essere dato riscontro degli opportuni e necessari provvedimenti in merito entro 10 giorni». Di tempo se n’è perso anche troppo.
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