Giovedì 09 Luglio 2020 | 10:54

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BARI - «Nonostante tutto sono ottimista. Perché ho la speranza che le cose possano cambiare». In quel “nonostante tutto” è racchiusa la Puglia di Pino Gesmundo, segretario generale della Cgil regionale. Si può pensare positivo, nonostante le nubi legate alle crisi che attanagliano il sistema produttivo regionale. Un mosaico fatto dalle migliaia di volti dei lavoratori in bilico tra ammortizzatori sociali e perdita occupazionale.

I dati del Sepac, la task force occupazionale, aggiornati al 30 giugno di quest’anno, annunciano 51 crisi formalizzate e gestite delle quali 19 nuove (otto rinvenienti dal precedente mese di novembre) e con fascicoli aperti nel corso del semestre ed ulteriori 32 provenienti da precedenti periodi di gestione. Alle 51 bisogna aggiungerne altre 13 in monitoraggio. Undici le crisi chiuse positivamente, 9 sono quelle di rilevanza nazionale, 7 la situazioni di pre crisi avviate a soluzione. Se si esclude lo stabilimento siderurgico tarantino, i lavori interessati sono 3.213, distribuiti nelle aree della Puglia centrale, di Taranto e di Brindisi. Poi ci sono le “bombe ad orologeria”, che potrebbero esplodere da un momento all’altro, legate alle situazioni della Network (uno dei maggiori call center italiani ha sede a Molfetta con 3mila dipendenti) e della Bosch (1.700 lavoratori esperti di tecnologie diesel a Bari). Qui si trattiene il respiro, si cerca di arginare il nemico «crisi» con tutti gli strumenti disponibili, scongiurando quello che tanti sussurrano sotto voce.
Gesmundo, dal suo ufficio nei pressi della Stanic, misura le parole. Ognuna fa parte del mosaico iniziale. Lui punta senza sosta al continuo confronto con i territori e le categorie. Gira come una trottola da un punto all’altro del Tacco dello stivale: «La nostra grande forza è l’unità del mondo del lavoro. Noi abbiamo il dovere di tenere insieme, separare oggi è fin troppo facile».

Da dove partiamo?
«Un accenno al siderurgico tarantino è d’obbligo. Perché questa storia non riguarda solo l’ex Ilva. È ben più vasta, va anche oltre l’indotto. Qui si sta giocando la partita dell’acciaio in Italia. Tenere bassi i costi di produzione è vitale per la nostra economica. L’acciaio si utilizza nelle navi, nella auto, nelle lavatrici. La madre di tutte le crisi rischia un effetto domino devastante».

Gli indicatori sono chiari: il sistema Puglia tiene, ma rallenta. Nel primo semestre c’è un + 0,4 per cento.
«Sulla immaginaria linea del Piave tengono ancora meccanica di precisione, agro-industria, trasporti e turismo. Il resto preoccupa. Il vero problema, al di là delle crisi, è la mancanza di una visione strategica. C’è la necessità di dare un’anima allo sviluppo del territorio. Le grandi potenzialità che, nonostante tutto, abbiamo come sistema Puglia, rischiano di evaporare. Faccio un esempio. Le zone economiche speciali (Zes) rappresentano una opportunità. Ma se non bonifichiamo Taranto, nonostante i vantaggi e le agevolazioni, chi volete che investa a queste condizioni? A Brindisi il porto vive quasi esclusivamente per la centrale a carbone. Va benissimo la decarbonizzazione ma qualcuno si è posto il problema di come riutilizzare il porto senza il carbone? L’Albania sta diventando più attrattiva dell’Italia. E non è un paradosso».

Insomma, si finisce per rincorrere sempre le crisi?
«Le imprese devono puntare su innovazione del prodotto e qualità. Per fare questo, servono risorse pubbliche e innovazione. Cioè una interazione più forte tra politica, università e impresa. Senza questo meccanismo efficiente non ci resta che rincorrere le crisi».

Ritorniamo alla mancanza di visione strategica. A chi spetta?
«Paghiamo lo scotto di non avere più una classe dirigente del Paese. Manca chi si assuma la responsabilità di decidere. E non parlo solo della politica. Una nazione è governata da un insieme di mondi. Anche dalla politica, ma non solo dalla politica. Penso all’imprenditoria, alla cultura. Purtroppo siamo più distratti dal tema delle elezioni, così si interpellano i sondaggisti che assecondano i bisogni diffusi, costruendo percorsi individuali e non collettivi. Mentre le fabbriche chiuse e i lavoratori senza occupazione sono il nostro pane quotidiano».

Rammaricato?
«No, arrabbiato. Perché il mondo cambia alla velocità della luce. Lo hanno capito anche i cinesi che pianificano. I nostri imprenditori si adeguano a questo modo di pensare senza futuro e la frittata è fatta. Se non si crea lavoro e se non si supera la precarietà: la desertificazione sociale si estenderà a macchia d’olio».

Su questo versante le cifre sono qualcosa di più di un campanello d’allarme. In dieci anni 20mila under 30 hanno lasciato la Puglia. Molfetta, Modugno, San Severo, Martina Franca, Brindisi, Foggia e Manfredonia, perdono dal 14 al 10 per cento della popolazione giovane. Da Taranto sono andati via in 3.634, Bari l’hanno lasciata in 2.971, l’elenco di Foggia si ferma a 2.599, mentre Brindisi è quota 1.584.
Ancora Gesmundo. «Quale futuro possono avere le nostre aziende senza i giovani? Senza il rafforzamento della capacità di consumo della popolazione? L’altro giorno sono stato a Panni, nel Subappennino dauno. C’erano solo anziani. Ho chiesto: «Scusate, e i giovani? Andati via per sempre, perché dopo gli studi non torneranno più», mi hanno risposto. È così anche nel Basso Salento. Una visione strategica non può non tenere conto di questi aspetti».

A chi si rivolge?
«A Regione, Governo e Comunità europea. Sono tutti attori dello stesso spettacolo. Di fronte all’imperialismo della Cina sui mercati e ai dazi di Trump, noi rispondiamo col regionalismo del territorio. Abbiamo già perso. Se la Puglia galleggia oggi, e sta meglio rispetto al resto del Mezzogiorno, rischia comunque il declino: i costi energetici (+ 6,8 per cento) e del credito bancario (+ 3,6 per cento) condizionano in modo determinante la ripresa».

Perché, secondo lei, si va via dalla Puglia?
«Chi studia nelle nostre università lascia soprattutto per le scarse opportunità di valorizzazione dei propri percorsi di formazione. Si scappa poi dal poco lavoro che quando c’è, è precario, insicuro, non permette di costruire progetti di vita. E quasi sempre presenta zone grigie, con sotto salario e mancato rispetto di orari e diritti, se non proprio in nero». 

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