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Puglia, agricoltura: i perché del disastro del Patto di Sviluppo Rurale

Bandi complicati e ricorsi al Tar: la Regione non è intervenuta in tempo. E perderà 80 milioni

agricoltura

Con un miliardo e 600 milioni da distribuire nell’arco di sette anni, il Programma di sviluppo rurale è il principale strumento di incentivazione dell’agricoltura pugliese. Un mondo basato quasi esclusivamente sul supporto pubblico: incentivi alla produzione, al costo del lavoro, alla trasformazione. Ma in Puglia il meccanismo del Psr è inceppato: a poco più di tre anni dalla conclusione del periodo di programmazione 2014-2020 (per i fondi europei vige la regola «n+3», per cui il termine reale è il 2023), la Regione ha erogato soltanto 364 milioni di euro. E, se l’anno si chiudesse oggi, dovrebbe restituirne a Bruxelles circa 135. Un pasticcio figlio di una serie di errori.

COME FUNZIONA
Il programma si articola su misure che incentivano diversi aspetti del sistema produttivo. Le più importanti sono le misure di investimento, quelle che erogano contributi diretti agli agricoltori: la numero 4, e la numero 6 per il sostegno ai giovani, che insieme valgono circa un terzo dell’intero Psr. Seguono le misure cosiddette «a superficie» (che riguardano ad esempio il sostegno all’agricoltura biologica), quelle ambientali (obbligatorie per volontà di Bruxelles) e le misure forestali. Poi ci sono i Gal (i soldi agli enti locali), altri 125 milioni. Il resto sono funzioni di supporto, dove c’è un po’ di tutto: persino 5 milioni di euro a quelle associazioni di categoria che, un giorno sì e l’altro pure e a seconda delle promesse ricevute, sparano sulla Regione oppure ne celebrano i vertici. Il 60% dei soldi arriva dal bilancio della Ue tramite il fondo Feasr, il restante 40% è cofinanziamento nazionale e regionale: è la prima quota che è soggetta a definanziamento.

IL NODO
Il Programma è un lungo documento di intenti che viene approvato dai servizi della Commissione europea e che può essere modificato in corso d’opera (la Puglia l’ha fatto una decina di volte). La sua attuazione avviene attraverso bandi per le singole sottomisure: quando decide di partire, la Regione decide in piena autonomia le regole con cui distribuire le risorse disponibili. Il Psr 2014-2020 è stato redatto e approvato ai tempi della giunta di Nichi Vendola, quando l’Autorità di gestione era guidata da Gabriele Papa Pagliardini, un commercialista salentino che poi ha fatto carriera: oggi è direttore generale dell’Agea, l’Agenzia del ministero dell’Agricoltura che si occupa di erogare materialmente i soldi. Emiliano lo ha sostituito con Gianluca Nardone, un docente dell’Università di Foggia che ha anche guidato il Distretto agroalimentare pugliese e che ha provato a introdurre un criterio obiettivo di valutazione degli investimenti proposti. Non ha avuto fortuna.
L’Ipe, l’incremento di performance economiche, è un indice introdotto per misurare la bontà degli investimenti da finanziare con il Psr. Ma, come ogni indice, si basa sui dati di partenza. È accaduto che per ottenere un piazzamento migliore, tantissime domande abbiano dichiarato numeri di redditività enormi, ai limiti della truffa. Chi si è ritrovato in un posto remoto della graduatoria, ovviamente, ha fatto ricorso al Tar. Ne è emerso che per la sola sottomisura 4.1a (gli investimenti per aumentare la redditività delle aziende agricole che valgono 170 milioni) il 73% delle domande era incongrua dal punto di vista dell’Ipe. Ed è per questo che un anno fa (ottobre 2018) il Tar di Bari ha bloccato i pagamenti.

LO STOP DEI GIUDICI
Il parametro Ipe è stato inserito nei bandi di tutte le misure di investimento. E il problema si è verificato, infatti, anche con gli altri bandi. È vero dunque, come dice la Regione, che i pagamenti del Psr sono stati bloccati dal giudice amministrativo. Ma è altrettanto vero che la Regione fosse a conoscenza del problema almeno dalla metà del 2018, cioè da quando alcune associazioni hanno fatto presente che i numeri risultanti dall’Ipe potevano essere inattendibili. Avrebbe dunque potuto fare ciò che, adesso, sempre per ordine dei giudici amministrativi, la Regione dovrà fare comunque: rifare l’istruttoria di tutte le domande pervenute e non solo di quelle che si erano piazzate in posizione utile. Certo, porta via tempo (per le 3.600 domande della 4.1a potrebbe volerci un anno): ma se si fosse cominciato un anno fa, oggi le graduatorie delle sottomisure di investimento sarebbero state «pulite» e pronte al pagamento.

VALANGA DI ERRORI
L’errore, dunque, è stato di non aver agito già in fase istruttoria. Ma non basta. A fine 2018, a fronte del problema dell’Ipe, il governatore Emiliano ha destituito anche Nardone e ha nominato all’Autorità di gestione uno dei dirigenti regionali più capaci della vecchia guardia, Luca Limongelli, ben sapendo che sarebbe andato in pensione di lì a 10 mesi. Un altro errore strategico. Nel tentativo di rimediare al blocco dei pagamenti imposto dal Tar, e per accelerare la spesa e accontentare così una delle associazioni di categoria che aveva blandito Emiliano, Limongelli ha emanato una circolare che ha eliminato la verifica di altri documenti previsti dal bando, partendo proprio dal certificato di bancabilità che garantisce la bontà dell’investimento. Risultato: anche questa decisione è finita davanti al Tar, che ha sospeso la circolare. A ottobre, come previsto, Limongelli è andato in pensione, e nel frattempo i giudici hanno detto che non era sufficiente la ripetizione dell’istruttoria sulle sole domande finanziabili. A quel punto (a prendersi le responsabilità del disastro in arrivo) è stata designata un’altra dirigente, Rosa Fiore, nota per essersi candidata alle Regionali (non eletta) con i vendoliani. Dovrà dividersi con il ruolo di segreteria della commissione Agricoltura della conferenza delle Regioni e con i tanti viaggi all’estero: il Psr della Puglia ha un responsabile part time.

LA SITUAZIONE
La tabella pubblicata nella pagina (aggiornata al 30 settembre) mostra l’avanzamento delle misure del Psr. Quello che ne emerge è, più o meno, la fotografia delle difficoltà di cui abbiamo parlato. Le uniche sottomisure ad aver generato una spesa apprezzabile sono quelle di supporto e quelle a superficie, in particolare i contributi all’agricoltura biologica su cui molti dubbi ha sollevato negli scorsi anni il Consiglio regionale. Uno dei nodi della programmazione sul territorio, i Gal (che sono associazioni tra enti locali), è fermo al palo: gli unici fondi spesi sono quelli per sedi e stipendi. Le associazioni di produttori sono state leste a chiedere e ottenere i fondi loro spettanti, nonostante un macroscopico conflitto di interessi che tutti fanno finta di ignorare: i vertici del sistema associativo sono infatti anche percettori di contributi, e siedono ai tavoli dove quei contributi si decidono. Ma un dato fotografa meglio di tutti, e plasticamente, la crisi del sistema: dal 1° luglio al 15 ottobre scorso i pagamenti effettuati ammontavano ad appena 22 milioni. Nello stesso periodo la Basilicata, il cui Psr è un terzo di quello pugliese, ne ha spesi 19.

LA PROSPETTIVA
Le regole europee fissano una serie di scadenze intermedie (il 31 dicembre di ogni anno) alle quali deve essere centrato il target di spesa. Tutto ciò che non viene speso del Feasr (cioè della quota europea al netto del cofinanziamento nazionale) viene definanziato e torna a Bruxelles. A oggi i fondi Feasr non spesi ammontano a 135 milioni, meno dei 148 indicati nel grafico (che è il dato ufficiale al 15 ottobre). Al 31 dicembre la quota non spesa dovrebbe scendere a 70-80 milioni di euro, perché in queste settimane la Regione dovrebbe erogare le risorse per gli anticipi della sottomisura 5.2 (i fondi per la Xylella). Il disimpegno è ormai inevitabile, anche se è quasi certo che i fondi non andranno persi: la commissione Ue dovrebbe riconoscere la causa di forza maggiore, permettendo alla Puglia di rimettere i fondi sul budget del 2020. Ma per saperlo dovremo aspettare aprile.

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