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In Puglia e Basilicata

Ufficio poco sicuro le Poste risarciranno direttore dopo rapina

Ufficio poco sicuro le Poste risarciranno direttore dopo rapina
Il 5 luglio 1999 Franco Picaro, oggi settantenne in pensione, dirigeva l'ufficio postale n.7 di Foggia. Una banda di rapinatori sfondò con un fuoristrada i fragili vetri dell'ufficio, mise spalle al muro le impiegate, picchiò Picaro e un suo collaboratore e fuggì portando via 300 milioni di vecchie lire. A 10 anni di distanza, e dopo una sentenza di primo grado sfavorevole, Picaro ha vinto la sua battaglia legale con Poste Italiane. L'azienda è stata condannata per omessa sicurezza del luogo di lavoro in relazione alla prevenzione delle rapine

24 Luglio 2009

BARI – Il 5 luglio 1999 Franco Picaro, oggi settantenne in pensione, dirigeva l’ufficio postale n.7 di Foggia, in via Consagro. Una banda di rapinatori sfondò con un fuoristrada i fragili vetri dell’ufficio, mise spalle al muro le impiegate, picchiò Picaro e un suo collaboratore e fuggì portando via 300 milioni di vecchie lire. A dieci anni di distanza, e dopo una sentenza di primo grado sfavorevole, Picaro ha vinto la sua battaglia legale con Poste Italiane. L’azienda è stata condannata per omessa sicurezza del luogo di lavoro in relazione alla prevenzione delle rapine e dovrà pagare all’ex direttore, dopo aver quantificato un danno biologico del 15%, un risarcimento di 22.500 euro. La sentenza, di cui ha dato notizia il sindacato di categoria Slp Cisl di Foggia, è stata emessa dalla Corte di appello di Bari nel marzo scorso e resa nota il 30 giugno. «Sono stati momenti di autentica paura» dice Picaro al telefono pensando a quella rapina. «Meglio non ricordarli, non li auguro a nessuno». 

A Picaro, che venne medicato in ospedale per ferite al volto e, anche per le ripercussioni psicologiche dell’episodio, tornò al lavoro dopo oltre 200 giorni, venne riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa dell’11%. «Prendiamo atto della sentenza – ha commentato l’ufficio Relazioni esterne di Poste Italiane – anche se dal 1999 ad oggi sono cambiate molte cose. Da quell'anno sono stati fatti passi da gigante sul piano della sicurezza negli uffici, dalle videocamere di sorveglianza al sistema di blocco delle casse per i dipendenti. Ora c'è anche una divisione aziendale che si occupa specificamente di sicurezza». Picaro, tramite il suo avvocato Pasquale fatigato, aveva avviato l’azione legale il 15 gennaio 2001. In primo grado il tribunale di Bari aveva dato torto a Picaro, che chiedeva il riconoscimento del danno biologico (sentenza del 24 ottobre 2006, resa nota il 20 aprile 2007). 

«Quell'ufficio in via Consagro in cui lavoravamo era un vero tugurio» ricorda Picaro. «Non c'era nessuna misura di sicurezza, le finestre avevano vetri comuni. I rapinatori usarono un fuoristrada, ma per rompere quei vetri bastava pochissimo. Prima che mi affidassero la direzione dell’ufficio, lì c'erano state già due rapine, ma ciò nonostante l’azienda non aveva preso alcuna precauzione. Non so – confessa – perchè in primo grado non riconobbero le mie ragioni, erano così evidenti. Forse non si voleva creare problemi alla grande azienda Poste. Ora però sono più sereno». 

In primo grado il tribunale di Foggia aveva accolto la memoria difensiva di Poste Italiane, secondo la quale la rapina è un evento eccezionale e imprevedibile. Ma la Corte di appello di Bari ha riformato quella decisione, spiegando che, anche se una rapina non può mai considerarsi un evento ordinario, Poste Italiane non aveva garantito i criteri per la prevenzione. Ad aggravare il tutto, il ripetersi delle rapine in quello stesso locale tanto da far trasferire l’ufficio. Per di più, l'unico dispositivo di sicurezza previsto era un sistema di allarme, che però quel 5 luglio 1999 non funzionava.
Paolo Melchiorre - Ansa 
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