Martedì 09 Agosto 2022 | 03:07

In Puglia e Basilicata

Ex ostaggio pugliese in Iraq «L'unica arma è non pensare»

Ex ostaggio pugliese in Iraq «L'unica arma è non pensare»
Umberto Cupertino, uno dei quattro ostaggi italiani rapiti in Iraq il 13 aprile del 2004, commenta così il video del soldato Usa catturato dai talebani nei giorni scorsi in Afghanistan. Immagini che lo riportano indietro di cinque anni, quando visse la stessa esperienza insieme con Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Maurizio Quattrocchi, l’unico ad essere ucciso dai sequestratori

19 Luglio 2009

SAMMICHELE DI BARI (BARI) - «L'unica arma di difesa in quelle situazioni è non pensare, perchè se pensi sei finito, perdi ogni forma di libertà, anche quella mentale»: Umberto Cupertino, uno dei quattro ostaggi italiani rapiti in Iraq il 13 aprile del 2004, commenta così il video del soldato Usa catturato dai talebani nei giorni scorsi in Afghanistan. Immagini che lo riportano indietro di cinque anni, quando visse la stessa esperienza insieme con Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Maurizio Quattrocchi, l’unico ad essere ucciso dai sequestratori. Furono 58 giorni di inferno, ricorda. Durante i quali – dice - si perde ogni padronanza di sè e ci si sente completamente nelle mani di chi ti tiene prigioniero. Giorni scanditi dalla paura, così che le cose che si dicono nei messaggi anche se sono indotte sono comunque vere.

«La paura diventa la tua compagna – ricorda – anche perchè non sai con chi hai realmente a che fare. Si pensa alla famiglia ai propri cari, ma sono pensieri che non ti aiutano, anzi, ti fanno stare ancora peggio. Devi cercare di non pensare a nulla, è l’unico modo per aiutarti. Perchè se attacchi la mente alla famiglia, alla casa, ai valori, lì stai molto molto male. Non puoi parlare con nessuno e allora si prega tanto. Si parla con l’entità a cui credi, è l’unica 'personà con cui puoi avere un filo diretto, solo con lui». 

Erano giorni terribili, ricorda. Nei loro confronti venivano esercitate pressioni psicologiche continue: «Era il loro deterrente. Ci dicevano 'forse domani ti ammazzo'. L’unica cosa che loro ti inculcavano nel cervello era proprio quella, la loro superiorità e la loro cattiveria. Cercano di sottometterti con torture fisiche o psicologiche. Su di noi hanno esercitato quella psicologica. Avevano tutte le armi per poterlo fare. Con quale scopo? All’inizio per farti stare un po' tranquillo, per non farti sclerare. E nel momento in cui abbassi un pò di più la testa affondano il colpo e ti dicono 'Va bene, adesso ti dobbiamo ammazzarè. Non ti fanno stare tranquillo, la tranquillità non esiste. E’ lì che ti devi difendere cercando di non pensare a nulla, perchè se cominci a pensare ai tuoi cari, alla famiglia, ai tuoi valori perdi qualsiasi tipo di libertà». 

Col passare degli anni il ricordo resta nitido, ma la vita è lentamente ripresa. Ora Cupertino fa l’autista, ha ritrovato quelle piccole cose alle quali da prigioniero si sforzava di non pensare e che ora – dice – gli paiono «grandiose», dal profumo del caffè al calore della famiglia.

(di Armando Damiani)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725