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In Puglia e Basilicata

Di cava in cava, la Puglia  delle «buone pratiche»

Di cava in cava, la Puglia  delle «buone pratiche»
di NICOLA SIGNORILE 
Da discariche a teatri e musei. Premiato il recupero di Fantiano. La trasformazione di un territorio devastato dalla attività estrattiva dagli Anni ’50 ai ’70, poi abbandonato. La miniera di Cutrofiano è ormai un luogo di turismo e di studio. Ma sono centinaia i nostri siti

18 Luglio 2009

di NICOLA SIGNORILE 

Piovono premi sulla cava di Fantiano. La recente trasformazione delle «tagghjate» di Grottaglie in un teatro stabile all’aperto non è sfuggita all’attenzione degli esperti di paesaggio e dei critici d’architettura. Nominato «progetto del mese» dal «Giornale dell’Architettura» che gli dedica l’intero paginone centrale del numero di luglio-agosto, il teatro di Fantiano è anche una delle realizzazioni che si sono aggiudicate il «Premio per la valorizzazione di buone pratiche di tutela e valorizzazione del paesaggio agrario e nel campo dell’architettura, dell’urbanistica e delle infrastrutture», bandito dalla regione Puglia nell’ambito del Piano Paesaggistico della Puglia. 
Il progetto, realizzato dal Comune di Grottaglie con i finanziamenti regionali, è opera dello studio «d-progetti», che riunisce gli architetti Claudio Donati e Francesco D’Elia (capogruppo). Il teatro è il fulcro del «Parco attrezzato delle gravine e delle cave», che recupera un territorio devastato dalla attività estrattiva iniziata negli anni ’50 e proseguita fino agli anni ’70 quando la cava abbandonata diventò una discarica abusiva. 
progetto Fantiano, a Grottaglie un teatro da una cava
A D’Elia e Donati bisogna riconoscere il merito di essere intervenuti sul luogo leggendone i caratteri storici ma progettando con un linguaggio onestamente contemporaneo, senza cedere alla tentazione del mimetismo o del vernacolare. Il disegno dello spazio per lo spettacolo sfrutta le inclinazioni esistenti per ricavare una cavea. Di fronte alla platea si apre l’ampio palcoscenico sovrastato dalla parete di tufo scavata negli anni che fa da fondale naturale. Al termine palcoscenico è stato realizzato il blocco dei camerini e dei servizi tecnici, impiegando i conci di tufo presenti sul posto e lastre di acciaio cor-ten che evocano i macchinari della cava. L’edificio appare come un monolite, minerale fra i minerali, con la sua geometria semplice ma irregolare. 

Il teatro di Fantiano non è però l’unica cava riconvertita ad un nuova funzione, capace di generare paesaggio. Candidati al premio regionale c’erano anche altri progetti in cui le ferite inferte al suolo e al sottosuolo sono il tema conduttore. 

A Cutrofiano in provincia di Lecce una cava di argilla dimessa e rilevata nel 1990 dalla Colacem è diventata ora un «parco dei fossili» mentre l’edificio secentesco che è ai bordi dello scavo ospita il Museo Malacologico delle argille. La miniera a cielo aperto, grande 12 ettari, permette di leggere sulle pareti i vari strati geologici di origine marina, che sono ricchi di fossili, motivo di attrazione turistica e anche di studio scientifico. Il fondo della cava invece è stato bonificato piantando ben 8mila alberi. 
Simile è il trattamento che ha ricevuto, sempre a Cutrofiano, la cava sottostante il casale Fontanelle, luogo finale di un terrazzamento agricolo che crea continuità con l’uliveto intorno alla antica masseria. Il progetto di recupero e di valorizzazione dell’architettura rurale e del paesaggio agricolo è firmato dall’architetto Alfredo Foresta e dal suo studio. Anche in questo caso si correva il rischio di imitare l’antico, che è una perniciosa tentazione in cui cadono sovente gli architetti. Foresta invece, dovendo ampliare gli spazi, ha tenuti ben distinti il vecchio e il nuovo, sottolineando la differenza non solo nella composizione architettonica del nuovo improntata ad un sobrio minimalismo, ma finanche nella colorazione dei prospetti: quelli delle parti preesistenti sono state dipinte di rosso (colore tipico di quella campana) mentre il bianco denota le parti di nuova costruzione. Non è inspiegabile che al premio regionale per le buone pratiche del paesaggio concorra più d’un progetto sul tema della cava. 

L’attività estrattiva nel secondo Novecento ha segnato duramente il paesaggio pugliese. Soltanto nella provincia di Bari, secondo i dati elaborati da Legambiente, ci sono 600 cave in disuso; nella provincia di Lecce se ne contano 20 ogni cento chilometri quadrati; nell’area del Tarantino il 13% del suolo è ormai in queste condizioni di degrado. Per anni la seconda vita di queste voragini è stata, ineluttabilmente, la discarica di rifiuti. Queste «buone pratiche» dimostrano che è possibile immaginare un nuovo destino per il paesaggio. Questo è d’altronde il senso e l’obiettivo del Piano Paesaggistico della Puglia, affidato alla direzione del prof. Alberto Magnaghi, e che è in dirittura d’arrivo. 

Ieri si è tenuta a Bari una delle programmate conferenze d’area, nel corso delle quali vengono anche premiati i progetti vincitori della prima fase del concorso regionale. Un piano paesaggistico che sia solo vincoli e divieti è destinato a fallire, lo dimostra l’esperienza. Ma d’altra parte anche l’indicazione di opportunità e risorse non basta. È necessario «dare l’esempio» mostrare concretamente quel che si può fare e come farlo. Per questo una delle condizioni per vincere il premo è che la «buona pratica» possa essere replicata altrove, che susciti insomma le imitazioni.
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