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In Puglia e Basilicata

Tenente brindisino  ferito in Afghanistan  «Una bomba ben nascosta»

Tenente brindisino  ferito in Afghanistan  «Una bomba ben nascosta»
Il tenente Giacomo Bruno, di Mesagne, che nell’attacco di martedì scorso in Afghanistan ha riportato un piccolo schiacciamento vertebrale spiega che si è trattato di un attentato pianificato con cura, lungo una strada che i militari italiani «perlustrano spesso», messo in atto con un ordigno «fabbricato con un una quantità di esplosivo maggiore del solito e occultato sotto il manto stradale»

18 Luglio 2009

ROMA - Un attentato pianificato con cura, lungo una strada che i militari italiani «perlustrano spesso», messo in atto con un ordigno «fabbricato con un una quantità di esplosivo maggiore del solito e occultato sotto il manto stradale». A parlare è il tenente Giacomo Bruno, di Mesagne, che nell’attacco di martedì scorso in Afghanistan ha riportato un piccolo schiacciamento vertebrale. «Mi hanno detto che potrò tornare a fare il paracadutista – racconta, parlando con alcuni giornalisti dal suo letto del Celio – e questa è la cosa più importante». 

Nel giorno dei funerali, a Campobasso, di Alessandro Di Lisio, uno dei soldati del suo plotone, il primo pensiero del tenente Bruno va al suo collega. «Credeva nel suo lavoro – ricorda – ed è stato uno dei soldati migliori che abbia mai avuto. Mi fidavo ciecamente di lui, condividevamo gli stessi pericoli, gli stessi valori, gli stessi ideali. Tra noi c'era un rapporto speciale». Bruno ha parlato al telefono con il papà del soldato ucciso. «È stata dura, ma ha capito la situazione in cui ci siamo trovati. Quello che ci siamo detti, però, preferirei rimanesse tra noi». «Stavamo tornando in base, a Farah - ricorda Bruno – dopo un’operazione di un paio di giorni insieme all’esercito afghano. Come sempre noi eravamo in testa al convoglio, quando c'è stato questo attentato. Una trappola esplosiva, coperta dall’asfalto». Bruno, che comandava il plotone dei «guastatori», sottolinea che «i soccorsi sono stati immediati». Ma per Alessandro «abbiamo capito subito che non c'era niente da fare».
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