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«Questo governo è abbastanza in continuità con gli ultimi precedenti: c’è una sostanziale disattenzione per il Mezzogiorno. Non c’è consapevolezza del ruolo del Sud per la crescita del Paese». Luca Bianchi Direttore della Svimez si definisce un inguaribile ottimista ma dopo l’anticipazione del rapporto 2019 qualche segno di delusione glielo si legge sul volto.
«Si parla di Sud o per gli effetti nefasti dell’autonomia differenziata oppure per proposte…. strambe».

Magari un Sud come un enorme gerontocomio, la patria dei pensionati europei .
«Il rilancio del Mezzogiorno è legato allo sviluppo produttivo cioè alle imprese. Che vuol dire anche industria culturale, agricoltura . E poi… sfiderei chiunque a leggere i dati di oggi, di un’area in cui abbiamo livelli di servizi sanitari molto inferiori a quelli del centro nord, non abbiamo un’assistenza socio-residenziale proprio per gli anziani che vivono in questo territorio. L’attrazione si fa con lo sgravio fiscale, ma si fa soprattutto con la qualità della vita. Quindi tu potrai attrarre anche i pensionati del centro-nord o del mar d’Europa, ma solo nel momento in cui avrai condizioni di vita per i cittadini migliori che altrove. Credo che non ci sia grande appeal per un uno scandinavo che viene da Stoccolma a trovarsi nel mezzogiorno per ridurre o per spendere un po’ meno di tasse e poi trovarsi con gli ospedali che ci sono o gli altri servizi che sono quel che sono».

Lei ha detto che l’emergenza vera, specie al sud, non sono gli immigrati che arrivano ma quelli che se ne vanno…
«Bisogna assolutamente ribaltare questa narrazione. Dati alla mano nel sud gli emigrati sono il doppio degli immigrati».

Si spopolano soprattutto i paesi montani, delle aree interne e al di sotto dei 5 mila abitanti. Sembra la fotografia della Basilicata.
«Se si avanti così la Basilicata è destinata a scomparire. Ma il problema riguarda tutto il Mezzogiorno. Il rischio è che la soluzione del problema del mezzogiorno avverrà per assenza dei meridionali».

Possibile invertire la rotta?
«Serve un grande piano di investimenti soprattutto in infrastrutture sociali: riqualificare le scuole del Mezzogiorno, gli ospedali; costruire strutture semiresidenziali per gli anziani, asili nido. Questo si può fare perché le risorse sono disponibili, bisogna riqualificare e ridefinire la modalità della spesa dei fondi strutturali e del fondo sviluppo e coesione. E devo dire che in questo ci dispiace che nessuno del ministero per il sud, né il ministro né qualcuno da lei delegato sia venuto a discutere con la Svimez; perché credo che l’emergenza del sud richiederebbe una attenzione ben diversa».

Restiamo alla questione giovani. I dati Invalsi: un ragazzino di terza media del Sud ragiona come uno di prima media a Milano…
«Quei dati sono lo specchio di un indebolimento del sistema scolastico».

Ma poi al Sud lievitano i 100 e lode… è la polemica di ogni fine luglio.
«È una polemica ricorrente. Ma i dati Invalsi vanno letti con attenzione perché in realtà gran parte del divario Nord-Sud è un divario dovuto alla maggiore varianza nel Sud».

Cosa vuol dire?
«Vuol dire che nel Sud abbiamo molta più differenza tra scuole e tra bambini all’interno della stessa scuola. Vuol dire che la scuola fallisce soprattutto nelle aree più deboli. Questo è il paradosso: stiamo discutendo di come aumentare gli stipendi agli insegnanti del Veneto quando invece dovremmo pagare il doppio gli insegnati che vanno a lavorare a Scampia e nelle aree marginali del paese. Perché è lì che abbiamo bisogno dei migliori insegnati. Quindi non è un problema dei ragazzi del sud che sono “più ciucci”. Tutt’altro! Il problema è che in situazioni più difficili servono investimenti aggiuntivi».

Quindi scuole aperte di pomeriggio, scuole a tempo pieno…
«Assolutamente! Utilizziamo i fondi europei per questo. La Corte dei Conti ha detto: “Utilizziamo i fondi europei per ridurre la dispersione scolastica”. Mi pare una indicazione giusta. Mettiamo più risorse, paghiamo di più gli insegnanti che vanno a lavorare nelle aree più marginali, offriamo più servizi ai ragazzi per tenerli a scuola pure il pomeriggio. Questa è la chiave per invertire il processo. Altrimenti è inutile che ci stupiamo ogni luglio quando escono i dati Invalsi».

La via della seta… Se ne parla, si accenna… perplessità sui cinesi…
«Il grande tema è il Mediterraneo, la via della seta. È solo un pezzo. Il problema anche qua è lo stesso: il ribaltare lo sguardo».

Insomma cosa e come dovrebbe essere una politica mediterranea?
«Semplicemente oggi non esiste. Politica del Mediterraneo vuol dire rafforzare il sistema aeroportuale nel Mezzogiorno, accordi economici e commerciali con i paesi dell’altra sponda, che non sono nostri competitori checché si racconti sull’olio tunisino… Non è vero. Anzi, se noi facessimo accordi commerciali potremmo insieme proporre prodotti mediterranei in tutto il mondo. Però bisogna fare politiche adeguate con attenzione alle potenzialità che ci sono».

Il porto di Taranto in mano ai Turchi: è o no una buona notizia?
«È una buona notizia nel momento in cui nessun italiano vuole andare ad investire».

Colpa del Sud o di Roma?
«Colpa di un sistema burocratico italiano molto complesso e colpa di un sistema istituzionale del mezzogiorno troppo chiuso in se stresso. Pensi, si è faticato più di un anno per cercare di mettere insieme Basilicata e Puglia per fare insieme la zona economica speciale. Alla fine dovrebbero avercela fatta».

Però…
«Però ci devono credere. Soprattutto serve una strategia sovraregionale. Ogni regione mi sembra chiusa nei suoi egoismi territoriali».

Altro tema: il prezzo dell’energia incide per un buon 30% su una impresa: perché non praticare un possibile sconto per attirare imprese al sud e nella Basilicata ricca di petrolio?
«In parte lo vieta la Ue. Ma anche lì serve un progetto… Si può fare se c’è un progetto per la crescita dell’occupazione; ma bisogna lavorarci».

Ma chi dovrebbe farlo questo progetto?
«Il Governo insieme alla Regione. Un progetto coerente di sviluppo sostenibile. E poi andare a Bruxelles a discutere. Richiede una strategia però deve essere un progetto che riguarda tutto il paese non solo la Basilicata. Bisogna dimostrare che si tratta di un progetto che interessa il sistema-paese. Qui il salto di qualità. Se invece il tema delle royalties e del petrolio diventa per la Basilicata la chiave per dire “anche noi facciamo l’autonomia perché abbiamo il petrolio“ allora quello è un rischio enorme».

Tra l’altro alla fine le royalties non sono poi tante…
«Ma pensare di pagare i servizi ai cittadini con le royalties del petrolio è rischioso. Nel momento in cui succede qualcosa e si bloccano le royalties non hai più soldi nemmeno per erogare i servizi sanitari e di assistenza. Questo significa solo scimmiottare l’approccio del centro-nord egoistico. Se invece questo fa parte di un progetto per il paese ha un senso».

Ancora una domanda: la parte ricca del Paese, Veneto, Lombardia, Emilia e Piemonte riesce a trovare una unità di intenti. Il Sud è povero ed anche litigioso. Non riescono a parlarsi nemmeno i presidenti delle Regioni.
«Sono anni che chiediamo un coordinamento delle regioni del sud per fare progetti comuni».

Non basta un ministero apposito?
«Il ministero è molto debole. Non riesce a dialogare né con gli altri ministeri né tanto meno con le regioni. Ma forse nemmeno serve un ministero per il Sud».

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