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Parla il diplomatico originario di Barletta

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Da Barletta al mondo, dalla Achille Lauro al caso Battisti, Antonio Bernardini, ambasciatore in Brasile, si è guadagnato un posto di primo piano nella diplomazia nazionale. In vista della Conferenza biennale delle «feluche» d’Italia (questa settimana alla Farnesina), è tornato nella «sua» Puglia e La Gazzetta del Mezzogiorno l’ha intervistato.

Tre anni dopo la laurea (Scienze politiche, a Bari, nel 1981), supera il concorso diplomatico e lascia Barletta. Poi Delhi, Ginevra, Tokyo, New York…
«All’avventura».

Dal primo luglio 2016, è ambasciatore d’Italia a Brasilia. Ma cosa l’ha spinta? Ha diplomatici in famiglia?
«No. Io sono solo frutto dell’Università di Bari dove ho studiato con professori bravissimi, come Ugo Villani. Credo sia importante, soprattutto per i ragazzi, sapere che una buona, ottima, formazione è possibile in Puglia. Poi la passione viene man mano che si conosce la particolarità di questo lavoro, che richiede curiosità intellettuale, capacità di adattamento, voglia di conoscere realtà diverse, capire le opportunità che si creano per il nostro Paese e capacità di raccontarle al nostro Paese, presentarle al Governo».

Parliamo del Brasile. Una Repubblica presidenziale federale che ha numeri da continente: oltre 8,5 milioni di km quadrati.
«E’ il quinto Paese più grande al mondo».

E ci vivono 210 milioni di persone.
«Il Paese ha numeri impressionanti. E in Brasile vive l’1% della popolazione italiana. Nei consolati sono registrati 575.000 italiani e ci sono 30milioni di oriundi».

Guardando le statistiche storiche sull’immigrazione italiana verso il Brasile (dati Instituto Brasileiro de Geografia e Estatistica) si vede che provenivano soprattutto dal Nord Italia più povero, dal Veneto (365.710 emigrati). E meno dal Sud (solo 34.833 emigrati dalla Puglia).
«Esatto».

Tanto che anche il nonno del presidente Jair Bolsonaro (il leader di estrema destra ha vinto le elezioni il primo gennaio 2019) era veneto. Oggi che il Veneto, a trazione leghista, è tanto ricco da chiedere l’Autonomia, i flussi sono ancora di quel tipo, o si sono capovolti?
«L’immigrazione in Brasile ha questa matrice molto veneta, trentina, lombarda, perché il grosso degli immigrati arrivò durante la crisi economica di quelle aree alla fine dell’Ottocento. C’è una comunità calabra rilevante. La comunità pugliese è piccolissima ma non posso non menzionare la presenza dei polignanesi a San Paolo. Celebrano da 101 anni la festa di San Vito. Un’iniziativa bellissima delle “mamme di San Vito”, così si fanno chiamare. Signore che hanno oltre 80 anni e fanno questa festa per raccogliere fondi per gli asili di San Paolo, vendendo focaccia e pasta. Quanto all’immigrazione, ora il Brasile sta uscendo da una grave crisi, quindi non c’è un flusso di immigrati italiani. C’è però un altro fenomeno. Noi siamo tra i più grossi investitori in Brasile: l’Enel è la prima società di distribuzione elettrica, la Fiat ha una grossa produzione di auto, Tim è il terzo operatore telefonico, il 30% dell’acciaio qui è prodotto da un’azienda italiana. Pensando agli italiani che arrivano oggi cito, per esempio, Pietro Labriola che è barese ed è l’ad della Tim in Brasile. Un ragazzo molto apprezzato che dimostra come ci sia una nuova fase, la fase della mobilità».

Cervelli in fuga?
«No, parlo proprio di mobilità. Persone che, nell’ambito della propria azienda, si spostano. Quanto ai “cervelli”, tra le Università italiane e brasiliane ci sono ben 840 accordi. Più che di fughe, parlerei di interscambio».

Al di là delle contrapposizioni calcistiche…
«Guardi che perdere 3-2 con l’Italia per il Brasile è stato uno choc».

E al di là dei rapporti culturali e di quelli criminali, cosa può fare il Sud per sviluppare percorsi di business virtuosi?
«Due parole sulla criminalità, un po’ perché mi sono occupato del caso Battisti (si veda box in pagina; ndr) un po’ perché so benissimo di questa collaborazione tra Polizia italiana e brasiliana. Si tratta di una collaborazione importante sia perché restringe gli spazi al crimine sia perché il Brasile guarda alla legislazione italiana per formulare le proprie normative di contrasto alle mafie. Ciò detto, innanzitutto il Brasile è innamorato del Primitivo di Puglia. Se c’è un vino super-conosciuto e apprezzato è il Primitivo. Un successo pazzesco. Mi auguro che la Regione Puglia possa fare presto attività promozionali. Poi c’è il turismo. I brasiliani che viaggiano hanno già colto i segnali della rinascita del turismo di livello in Puglia. Se parliamo di meccatronica, industria dello Spazio, ci sono possibilità. E bisogna anche guardare tutta la filiera delle grandi imprese. La Fiat in Brasile porta tante industrie del settore, dell’indotto. Ciò vale anche nel settore elettrico con l’Enel. Quindi le possibilità ci sono e credo che uno dei compiti di questa Conferenza (quella che si svolgerà alla Farnesina; ndr), sarà fare il punto sulle opportunità nei vari Paesi. Inoltre, il Brasile sta lanciando un grossissimo programma infrastrutturale. Costruiranno 14mila km di autostrade e 24.000 di ferrovia. Insomma, oltre alla Via della Seta, c’è la Rotta del Caffè».

Immigrati di continenti diversi lì vivono in pace, c’è integrazione. Qual è la «lezione brasiliana» per l’Italia?
«Mi fa piacere questa domanda perché è vero: il Brasile sembra smentire tutti i problemi che viviamo. Chiaro che le società europee sono attraversate da tensioni notevoli ma se uno guarda la realtà brasiliana può cogliere segnali di tipo diverso. Il modello dei Paesi multirazziali esiste».

Nel 2001 Goldman Sachs con i Bric - Brasile, Russia, India e Cina - previde che i 4 Paesi sarebbero diventati le economie del futuro. Cosa è andato storto in Brasile?
«Il Brasile degli anni di Lula e di Rousseff ha posto grossa attenzione ai temi della disparità sociale. L’obiettivo era cercare di tirar fuori dalla povertà il maggior numero di persone. Un programma dai fini importanti ma che non si è trovato alle spalle un’economia all’altezza. Il modello brasiliano è fortemente protezionistico e basato sulla produzione delle “commodities”. Quello che però non ha è un’industria forte. Oggi il governo vuole aprire l’economia per aprire alle industrie. Inoltre, il grande sostegno del Brasile alla conclusione dell’accordo Ue-Mercosur e il suo desiderio di diventare membro dell’Ocse, che vuol dire abbracciare le logiche delle economie industrializzate, sono fattori importanti per l’Italia e per le imprese italiane».

Quest’anno festeggia i 35 anni di carriera. Qual è stato il momento più delicato?
«Due momenti. Uno si chiama Achille Lauro. Io ero il giovanissimo diplomatico che ricevette la telefonata del dirottamento e quella che annunciava che il dirottamento era finito, quando il comandante disse che non c’erano vittime a bordo. E meno male che quella telefonata l’ascoltammo in molti. Ma rimane in me l’interrogativo del perché il comandante non disse la verità sull’omicidio di Leon Klinghoffer. Poi il caso Battisti. E’ stato fatto un grosso lavoro per spiegare a brasiliani e istituzioni brasiliane che non c’era una lettura contrapposta sinistra-destra, che l’Italia non era una dittatura che aveva condannato Battisti arbitrariamente. Tutto ciò ha richiesto molto lavoro, cui ha fatto seguito la grossa soddisfazione del governo brasiliano che si è scusato per averlo fatto scappare in Bolivia. Ci è stata riconsegnata dignità dopo esser stati vilipesi ingiustamente. C’è voluto tempo ma, alla fine, le nostre ragioni sono state riconosciute».

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