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In Puglia e Basilicata

Nel '92 diedero gli arrestati ai killer ex-agenti Bari risarciranno lo Stato

Nel '92 diedero gli arrestati ai killer ex-agenti Bari risarciranno lo Stato
di NICOLA PEPE 
Antonio Carrozzo, brindisino, e Carlo Aleardi, di Acquarica del Capo (Lecce), entrambi 47enni, furono condannati perchè nel '92 - mentre erano agenti delle «Volanti» della questura di Bari - avrebbero consegnato Maurizio Manzari e Domenico Casadibari ai componenti d'un clan rivale. I due giovani furono trovati morti. Ora Carrozzo (che continua a professarsi innocente e ha ottenuto la revisione del processo) e Aleardi hanno ormai scontato la loro pena ma dovranno restituire i 500.000 euro versati dal ministero ai familiari delle vittime

13 Luglio 2009

BARI - I ritagli di giornale, i ricordi, i fascicoli ingialliti. La storia dei due poliziotti condannati per aver consegnato - e fatto ammazzare - la sera del 2 ottobre del 1992 due rampolli della mala locale a un clan rivale, continua a fare notizia. Antonio Carrozzo, brindisino, e Carlo Aleardi , di Acquarica del Capo (Lecce), entrambi 47enni, i due ex agenti delle «Volanti» in servizio alla questura di Bari, hanno ormai scontato la loro pena. Carrozzo, brindisino, ex sovrintendente (promosso ispettore durante la detenzione) continua a professarsi innocente. Per questo ha combattuto per anni e ha ottenuto, a Lecce, la revisione del processo, attualmente in corso. Lui spera di dimostrare la sua estraneità anche se, ormai, ha espiato la pena di 23 anni (ridotta per la buona condotta). «Lo faccio per la dignità della mia famiglia - dice - ormai mi hanno portato via un pezzo di vita». 

Ma veniamo alla notizia di oggi. La Corte dei conti, sezione giurisdizionale della Puglia, ha condannato i due ex poliziotti a pagare complessivamente poco meno di mezzo milione di euro (289mila euro Carrozzo, e 200 mila euro il suo autista, Aleardi). Tale somma deriva dal risarcimento di 475mila euro (oltre alle spese) che - in sede di transazione stragiudiziale - il ministero dell’Interno ha riconosciuto ai familiari delle due vittime, Maurizio Manzari e Domenico Casadibari, i due giovani che sarebbero stati consegnati dai poliziotti ai loro sicari. Un risarcimento che ha evitato il giudizio civile, che probabilmente avrebbe liquidato un importo superiore. 

I fatti. Il 2 ottobre del 1992, Carrozzo, capoturno delle Volanti, e il suo autista, Aleardi, sono in servizio di pattuglia. In prima serata fermano alcuni giovani a San Girolamo: tra questi Casadibari e Manzari. Dopo il fotosegnalamento (circostanza che sarà verificata dopo il processo con un plico anomimo giunto in procura), i due giovani escono dalla questura. Poco dopo, vengono segnalati alla sala operativa del 113, spari nei pressi dell’ «Erg» di Palese: prima viene ritrovato il corpo senza vita di Manzari, il giorno dopo (nei pressi di Giovinazzo) quello di Casadibari. I sospetti si concentrano sui due poliziotti proprio perchè, quella sera, erano stati gli ultimi ad aver visto le due vittime. Un mese dopo, il colpo di scena. Carlo Aleardi vuota il sacco e confessa: «Siamo stati noi a consegnare i due ragazzi ai killer». 

Il 6 novembre scattano i fermi per Carrozzo e Aleardi e altri malavitosi: questi ultimi, tra cui uno dei presunti esecutori materiale del delitto, saranno tutti assolti. Carrozzo si professa innocente sin dal primo momento. In primo grado viene condannato a 30 anni di reclusione; 18 quelli inflitti ad Aleardi. La Corte di assise gli addebita anche un tentativo di omicidio, sempre ai danni dei due giovani: secondo la testimonianza di una donna della famiglia Diomede, dieci giorni prima del delitto le due vittime sarebbero riuscite a scampare ad un altro agguato tesogli grazie alla complicità degli stessi due poliziotti. In secondo grado cade anche questa accusa, mentre resiste quella più grave del concorso in omicidio. Pena immutata per Aleardi, mentre a Carrozzo viene applicata una riduzione: da 30 a 23 anni. Due anni dopo, nel 99, la sentenza diventa definitiva in Cassazione. 

A inchiodare il poliziotto, oltre alla dichiarazione del suo autista, anche quelle di un mauriziano dipendente della stazione di servizio: teste, questo, all’epoca dei fatti clandestino ed espulso alla vigilia del processo per essere poi interrogato per rogatoria internazionale. 

Carrozzo, rinchiuso nel carcere di S. Maria di Capua Vetere, non ha smesso mai di studiare il suo fascicolo processuale, Si è diplomato geometra e si è iscritto a Giurisprudenza a Lecce. Ora è libero, lavora e dice di voler fare l’avvocato. Due anni fa, a Lecce, la Corte di appello gli ha concesso la revisione del processo. Nuove prove, nuove testimonianze, tra cui quella di un pentito che prima lo ha scagionato poi ha ritrattato. Insomma, ci sono alcuna zone d’ombra che lasciano qualche dubbio. Parola ai giudici.
NICOLA PEPE
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