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In Puglia e Basilicata

Trattative in stallo per i marinai (2 di Bari) in mano ai pirati somali

Trattative in stallo per i marinai (2 di Bari) in mano ai pirati somali
di NICOLÒ CARNIMEO 
Novantuno giorni nelle mani dei pirati somali, il silenzio è assordante per i sedici ostaggi del rimorchiatore Buccaneer tra cui due molfettesi (Filomeno Troilo, cuoco 60enne, e Ignazio Angione, 54enne direttore di macchina). Impossibile trattare il rilascio in un'area, come è il Puntland, in cui mancano referenti credibili. Intanto, la Farnesina continua a escludere un blitz (anche se, da settimane, decine di militari italiani super-addestrati si trovano a poche miglia dal Buccaneer, in attesa del via libera per un intervento armato)
• L'armatore: stanno tutti bene
• Il fratello di Vagni (rapito nelle Filippine e da poco liberato) ai familiari dei marittimi del Buccaneer: abbiate fiducia nella Farnesina

13 Luglio 2009

BARI - Novantuno giorni nelle mani dei pirati somali, il silenzio è assordante per i sedici ostaggi del rimorchiatore Buccaneer tra cui due molfettesi Filomeno Troilo, cuoco 60enne, e Ignazio Angione, 54enne direttore di macchina. Neppure all’indomani della liberazione di Eugenio Vagni l’altro italiano della Crocerossa tenuto 178 giorni dai terroristi pirati di Abu Sayyaf (la “Spada di Dio) nelle Filippine ci si è ricordati dei nostri in Somalia. E il silenzio non serve a nulla, se non a mascherare l’impotenza italiana di fronte a questa tragedia che con il passare del tempo rischia di aggravarsi ancora di più per la situazione interna nel Corno d’Africa. 

La Somalia è un “buco nero” senza alcuno stato ormai da vent’anni in preda alle milizie e ai signori della guerra che di fatto ne controllano il territorio e oggi è di nuovo sull’orlo del baratro lacerata dalla componente islamica guidata dal gruppo di Al Shabab (la gioventù) e il Governo federale di transizione appoggiato dall’Occidente. 

Nel recente G8 i grandi del mondo hanno riposto ancora una volta fiducia nelle traballanti istituzioni somale che di fatto non controllano neppure il loro territorio, ma solo “Villa Somalia”, un quartiere caserma della capitale Mogadiscio, dove ci sono anche le forze dell’Unione africana e poi due piccole regioni dell’interno difese da tribù alleate. 

Gli aiuti e le armi promessi dall’Occidente, il rafforzamento delle truppe dell’Unione africana possono mutare gli scenari, ma ci vorrà ancora molto tempo ed è alquanto dubbio che le forze somale impegnate nella lotta per la sopravvivenza possano iniziare a combattere la pirateria, tantomeno essere interlocutori credibili per la liberazione degli ostaggi italiani. 

Il rimorchiatore è fermo nella zona di Las Qoray al confine tra la regione del Somaliland e quella del Puntland dove operano, specialmente nella roccaforte di Eyl, le più attive gang di pirati. Il Puntland è una regione autonoma che si è autoproclamata Stato, ma non ha alcuna legittimazione internazionale, sino a qualche tempo fa partecipava ai proventi della pirateria, mediava i riscatti con i signori della guerra che controllavano la costa, e il suo estabilshment era pesantemente coinvolto in tutte le attività illecite del Corno d’Africa. Oggi con la recente elezione del nuovo presidente Farole, il Puntland si è schierato ufficialmente contro la pirateria, ma non ha né uomini, né mezzi per combatterla, la nuova strategia serve per ottenere finanziamenti e aiuti umanitari dall’Occidente e in particolare dagli Stati Uniti dove il neopresidente si è recato di recente. 

La mutata situazione è la chiave di lettura per comprendere perché il nuovo governo regionale somalo non vuole più avviare trattative per il rilascio degli ostaggi italiani anche a seguito della missione diplomatica di Margherita Boniver conclusasi con un nulla di fatto. Alla Farnesina si parla di una nuova missione diplomatica, ma il problema vero è che è molto difficile trovare degli interlocutori affidabili e l’intelligence italiana non ha contatti ramificati soprattutto al nord dove si trova il Buccaneer. 

L’opzione militare che era stata approntata dalla nostra Marina già alla vigilia del sequestro (ricordiamo che in quelle acque opera la fregata Maestrale e ci sono anche i nostri mezzi da sbarco) è stata più volte scartata dallo stesso ministro Frattini. Alla luce di questa complessa situazione il silenzio dei media e delle famiglie, dell’armatore (la Micoperi di Ravenna) non serve a nulla, è necessario trovare e pretendere una soluzione. 

Gli ostaggi in base alle ultime notizie stanno bene (secondo alcune fonti 3 sarebbero stati portati a terra), ma le loro condizioni psicologiche si aggravano con il passare del tempo, non è semplice passare le giornate in bilico tra la vita e la morte, sotto mira di un kalashnikov spesso imbracciato da ragazzini di 14 – 15 anni a cui i pirati spesso affidano il compito di carcerieri. 

In una recente intervista radiofonica il comandante del rimorchiatore appariva scosso, sconfortato, la voce rotta dall’emozione. Quei marittimi lontani hanno bisogno di sentirci vicini. Non dobbiamo abbandonarli.
NICOLÒ CARNIMEO
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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