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Salento finibus terrae al via il direttore artistico si racconta

Salento finibus terrae al via il direttore artistico si racconta
di CONCITA LEOZAPPA
“Salento finibus terrae”, il festival internazionale del cortometraggio alla sua settima edizione debutta l'11 e proseguirà sino al 26 luglio in più centri salentini. Romeo Conte si racconta davanti ad una tazza di caffé in ghiaccio e latte di mandorle, “specialità leccese”
• Dal 16 luglio il Festival della Valle d'Itria

10 Luglio 2009

di CONCITA LEOZAPPA

In un paese del sud nei pomeriggi di luglio particolarmente afosi, la “controra”, quella stasi psicosomatica dovuta all’eccessiva calura, si dilata. Alle ore 17.00, tra negozi ancora serrati e strade semideserte di San Vito dei Normanni (Br), incontro Romeo Conte. Ideatore e direttore artistico del “Salento finibus terrae”, il festival internazionale del cortometraggio che debutta domani 11 e proseguirà sino
al 26 luglio in più centri salentini. Romeo Conte si racconta davanti ad una tazza di caffé in ghiaccio e latte di mandorle, “specialità leccese” mi confida.

C’era una volta e c’è: Romeo Conte
C’era una volta, e c’è ancora, un ragazzo che non ha mai smesso d’essere ragazzo. Nato a San Vito dei Normanni, quarant’anni fa sono andato via dal paese in quanto mi offriva poche opportunità. Anche se confesso di esser andato via per coronare un sogno che non sapevo affatto quale fosse. La mia educazione, la mia cultura di partenza, quella pugliese, è stata “cercare lavoro, lavoro, lavoro”. E così girando per il mondo, rubando con gli occhi, ascoltando, apprendendo varie culture orientali ed occidentali, sono riuscito a costruire una carriera che abbraccia svariati campi, tutti rigorosamente creativi, da quello della produzione alla regia, da quello degli eventi alla moda.

C’era una volta e c’è: il festival “Salento finibus terrae”
Dodici anni fa mio padre mi ha lasciato un pezzo di terra e mi ha detto: “Qui costruirai la tua casa”. Un progetto cui non avevo mai pensato prima di allora, mi sono stabilito in Toscana da svariati anni e viaggio spesso per il mondo. Ma confesso che nel momento in cui è stata messa la prima pietra di questa casa mi sono reso conto di quanto fossi legato alla mia terra. Di quanto fossi pugliese, forse più del dovuto, tanto da voler da quel momento in poi dare il mio contributo, donare la mia conoscenza e la mia esperienza acquisite fuori alla mia terra d’origine. Ed ecco che è nato il “Salento Finibus Terrae”. Che 7 anni fa, durante la prima edizione, subì degli attacchi da parte di chi obiettava l’inopportuna presenza di un festival cinematografico a San Vito dei Normanni. Obiezioni cui non ho dato alcun peso, tant’è che la rassegna c’era una volta, c’è e, volendo, ci sarà ancora.

Salento Finibus Terrae”: perché battezzare così un festival cinematografico?
Il nome dato al festival, “Salento” appunto, dodici anni fa era sconosciuto. Oggi forse è un po’ troppo inflazionato, ma quando ho ideato la rassegna il Salento, terra dalle ricchezze infinite, era una terra poco considerata. Ricordo le masserie ed i terreni abbandonati. Ricordo una mentalità sì ospitale, ma al tempo stesso chiusa e ristretta che attirava difficilmente il turista. Ed io perciò ho voluto, scegliendo questo nome, valorizzare la mia terra e renderla nota al mondo.

Il sud e Romeo Conte
Non sento di definirmi un uomo del sud. Il sud è un concetto relativo. In occasione del festival ci sono pervenuti dei corti dall’Irlanda che hanno la stessa poesia dei film girati in Sicilia. Una volta, appena giunto a Kyoto, mi sono domandato “ma esattamente dove mi trovo?”. E sulla carta geografica mi sono accorto che Kyoto è sullo stesso parallelo di Bari. Ma questa è una terra di marziani, mi dico, non ha nulla a che vedere con Bari. Ed invece qualcosa le accomunerà. Magari qualcosa di chimico, d’inspiegabile: essere del sud.

In breve, la storia del “cortometraggio”
Il corto è una forma cinematografica che esiste da sempre. Tutti i grandi del cinema hanno girato corti, si pensi a Rossellini. Il corto è semplicemente la sinossi di un film e racconta le stesse storie di un film. In occasione del festival abbiamo suddiviso i corti in 11 sezioni tematiche (Ambiente, Danza & Musica, Animazione, Panorama Corti Puglia, Bullismo, Noir-Thriller-Horror, Corti Cortissimi, Children World, Laboratorio Cinema Giovani, Diritti Umani e Mondo Corto). I corti di ciascuna sezione però, pervenuti da ogni parte del mondo (Italia, Francia, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Germania, Svizzera, Gran Bretagna Irlanda, Grecia, Romania, Marocco, Uzbekistan, Russia, India, Nepal, Israele, USA, Canada, Messico, Brasile, Australia, Nuova Zelanda), sono proiettati in una stessa serata per consentire il confronto tra più culture. Ad esempio, nella sezione “Children World”, ci sono film che raccontano storie di bambini sull’amore, l’amicizia, la scuola, la solitudine. E guardandoli ci si accorge che non importa se il corto è la storia di un bambino inglese o americano: i bambini in questi film sono tutti meravigliosamente uguali.

Il cinema e le nuove generazioni di autori e registi
In Puglia c’è un’effervescenza di giovani autori e registi tale da aver voluto inserire nel festival una sezione “Laboratorio Cinema Giovani” dedicata appunto a questi giovani emergenti. Mi preoccupo molto della selezione dei film che valuto in base alla qualità, al linguaggio cinematografico utilizzato ed altri parametri, ma ci tengo molto ad incentivare l’entusiasmo delle nuove generazioni per il cinema. In un momento di crisi globale chi è dotato di conoscenza deve distribuirla al mondo altrimenti sarà difficile superarla. Insegno in due scuole, a Firenze ed a Milano, e mi confronto con ragazzi di vent’anni ai quali ben volentieri trasmetto la mia esperienza. E sarei felice se uno di loro, un domani, scegliesse di fare il mio lavoro.

Dall’edizione 2008 il “Salento finibus terrae”, da sempre svoltosi a San Vito dei Normanni (Br), ha oltrepassato il finem (confine) di questo paese diventando itinerante. Causa ed effetti.
Non ho mai voluto che il festival dovesse fermarsi a San Vito dei Normanni. San Vito è stato da sempre un punto di partenza, non di arrivo. E da sempre ho considerato il festival come un evento da promuovere a livello globale, una volta riscosso largo consenso da parte del pubblico, grande entusiasmo da parte di autori e registi partecipanti (quest’anno sono stati ben 800 i corti iscritti al concorso) ed infine forte sostegno da parte di sponsor rilevanti a livello nazionale ed internazionale (TgCOM, Stream.it). San Vito dei Normanni si è rivelato un contenitore sì ricettivo, ma insufficiente. Negli anni sono infatti aumentati notevolmente i film da proiettare e le serate a San Vito si sono dimostrate insufficienti, soprattutto perché ci tengo a promuovere tutte le opere di registi ed autori validi e meritevoli di essere conosciuti. E così, d’accordo con l’amministrazione comunale sanvitese, si è deciso di allargare il territorio del festival e di esportare la rassegna in altri paesi del Salento, coinvolgendo Salve (nelle serate dell’11 e 12 luglio), Carovigno (dal 13 al 17 luglio), Mesagne (dal 18 al 20 luglio) e San Vito dei Normanni (dal 21 al 26 luglio). L’obiettivo di un festival è quello di attirare un pubblico sempre più vasto. Questo festival cinematografico, come ogni opera creativa, non è del suo ideatore. E’, in questo caso, di chi vi assiste. Ogni film infatti è sì firmato dal proprio autore, ma ogni spettatore, nel momento in cui lo vede, se ne appropria. Se lo cuce addosso. Una volta che la creatività è messa a disposizione del pubblico, il pubblico ne diventa, in modo inconsapevole, padrone. Per questo motivo vorrei sottolineare che il festival è patrimonio di questa terra. Che vorrei tanto lo tutelasse.

L’arte, in questo caso il cinema, difende o abbatte i confini d’ogni terra?
Mio padre, contadino di San Vito, aveva un orto rigoglioso. I suoi prodotti all’interno del confine del campo erano meravigliosi. La bellezza per me, all’epoca bambino, era vedere mio padre raccogliere i prodotti del proprio orto e distribuirli al mondo. Certo i suoi prodotti avevano un prezzo (era la sua attività lavorativa), ma il bello era vedere mio padre che consegnava i suoi frutti nelle mani altrui. I frutti, se restano sull’albero, maturano e diventano letame. Quand’ero piccino mio padre spesso mi ripeteva: “Lu sta viti cudd’arvulu d’aulia? Tene mille anni. Nù murimu e cuddu rimane” (“Lo vedi quell’albero d’ulivo? Ha mille anni. Noi moriamo, invece quell’albero resta”). Questo è un grande insegnamento: l’ulivo è un patrimonio, è una ricchezza. Ed in quanto tale deve essere condivisa. Allo stesso modo l’arte.
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