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In Puglia e Basilicata

Parla il somalo picchiato dall'autista Amtab di Bari «Mi urlava sporco negro»

Parla il somalo picchiato dall'autista Amtab di Bari «Mi urlava sporco negro»
di NICOLA SIGNORILE
Nel suo letto d’ospedale, nel reparto di Chirurgia Plastica, Mohammed Abdi Nasir rivive il pestaggio subito martedì scorso. Una aggressione per la quale ha denunciato ai carabinieri l’autista dell’autobus Amtab della linea 1. Intorno a lui, a sentire ancora una volta il racconto, ci sono gli amici somali che risiedono a Bari, i militanti del Comitato Stop Razzismo di Bari e il parroco di San Sabino che ospita ogni anno la festa della comunità somala
• Gli avvocati: Nasir ha riportato lesioni gravi
• Il sindaco Emiliano: chiedo scusa a nome della città di Bari

04 Luglio 2009

di NICOLA SIGNORILE

«Negro di merda! Sporco negro! Gridava e mi picchiava con i pugni sulla faccia. Io ero sul pavimento del bus, nella zona per i disabili, e lui mi stava addosso e sferrava pugni con tutte e due le mani, come un pugile. Io agitavo le gambe inutilmente, Mi sentivo di morire. Non so come sono riuscito a scendere dall’autobus, per strada. Lui allora ha messo in moto e ha fatto finta di investirmi. Mi sono trascinato sul marciapiede, non ho visto più nulla e ho vomitato». 

Nel suo letto d’ospedale, nel reparto di Chirurgia Plastica, Mohammed Abdi Nasir rivive il pestaggio subito martedì scorso. Una aggressione per la quale ha denunciato ai carabinieri l’autista dell’autobus Amtab della linea 1. Intorno a lui, a sentire ancora una volta il racconto, ci sono gli amici somali che risiedono a Bari, i militanti del Comitato Stop Razzismo di Bari, c’è don Angelo Cassano, il parroco di San Sabino che ospita ogni anno la festa della comunità somala organizzata proprio da Abdi, che è il presidente dell’associazione dei somali immigrati. 
Hanno girato tutto il policlinico per trovarlo Alessia Fucilli e sua madre Delia Ventola. Loro lo conoscono bene, perché spesso Abdi si occupa del giardino e fa piccoli lavori nella casa di Santo Spirito. «Lui siede a tavola con noi, quando viene a casa - dice la signora Ventola - ci fidiamo totalmente, non c’è persona più buona e discreta di Abdi». 
Alessia Fucilli, che è avvocato, ha scritto una lettera al sindaco Michele Emiliano perché esprima solidarietà a Adbi. E si indigna per le voci che dipingono Abdi come l’aggressore dell’autista: «Ma ve lo immaginate, magro com’è, che si mette a picchiare qualcuno?», chiede esterrefatta Alessia. 

Abdi, assistito dall’avvocato Marcello Mastrangelo, è ancora frastornato. La frattura allo zigomo sinistro gli fa male ma tira un sospiro di sollievo: i medici gli hanno detto che non sarà necessario l’intervento chirurgico e che domani sarà dimesso. Mohammed Abdi Nasir, quarant’anni ad ottobre, nato a Mogadiscio, è un cittadino somalo con regolare permesso di soggiorno in Italia. Mohammed Abdi Nasir, somalo picchiato a Bari
Signor Abdi, da quanto tempo vive a Santo Spirito? «Da cinque anni, ho abitato in un appartamento in affitto, in passato, ora sono ospite del centro Lorusso Cipparoli». 

Come vive? Che lavoro fa? «Il giardiniere e faccio anche i lavori di pulizia. Nelle case e sulle barche, a Santo Spirito, a Giovinazzo, anche a Barletta». 

Prende spesso l’autobus? «Sì, ogni giorno» Conosce l’autista che lei accusa dell’aggressione? «Non di nome, ma sì che lo conosco, anche lui mi conosce. Non era la prima volta che mi ingiuriava. Mi ha certamente riconosciuto l’altro giorno, anche se faceva finta di guardare da un’altra parte, quando bussavo alle porte per farmi aprire». 

E aveva il biglietto? «Certo che l’avevo. L’ho fatto anche vedere. Io ho sempre il biglietto, ne compro un po’ al tabaccaio che è vicino alla macelleria di Tommaso Romano. A Santo Spirito. Io frequento il bar accanto alla macelleria e per questo mi conoscono tutti». 

Come è arrivato a Bari? Da dove veniva? «Dalla Svezia, ma lì ci ero arrivato partendo da Bari, dove avevo fatto domanda di asilo per ragioni umanitarie». 

D’accordo, cominciamo dall’inizio. Perché ha lasciato la Somalia? «Fra il 1993 e il 1996 la mia famiglia era stata sterminata nella guerra delle cabirie. Hanno ucciso mio padre, poi mia madre, poi altri partenti. Siamo rimasti otto orfani, io sono il maggiore: quattro fratelli ora vivono a Oslo, in Norvegia, altri tre, i più piccoli, sono rimasti in Somalia, vivono con gli zii a Avgoi, a trenta chilometri da Mogadiscio». 

Come ha raggiunto l’Italia? «Nel 2003. Un lungo viaggio attraverso la Somalia, l’Etiopia, il Sudan, il deserto del Sahara e la Libia». 

Come ha viaggiato? «Su camion e auto». 

Ha avuto paura? «Sì, quando abbiamo attraversato il Sahara. Io ero su una Toyota, inseme ad altri 23 somali. Su una seconda vettura viaggiavano in trenta, ma durante il viaggio, che è durato un mese, sono morti tutti di sete e di fame. E lungo la strada abbiamo trovato spesso i cadaveri di chi era stato abbandonato». 

Poi è arrivato in Libia. Come ha vissuto lì? «Ho lavorato per dieci mesi a Tripoli, facevo la scaricatore per una grande ditta libico-tunisina di prodotti alimentari. Non era un brutto lavoro e poi potevo prendere gli scarti, soprattutto i pacchi di pasta, per regalarli ai miei amici somali. Ho guadagnato mille euro e così ho pagato il viaggio in mare». 

A chi ha pagato? «Ad un libico». 

Come ha viaggiato? «Su un traghetto. Eravamo in 113, su quella nave». 

Quanto è durato il viaggio? «Un giorno e una notte. Siamo arrivati in Sicilia al tramonto. Lì siamo stati raccolti dalla Croce Rossa e poi trasportati a Bari». 

A Bari ha chiesto l’asilo? «Sì. Sono rimasto 45 giorni a Bari. Poi in gruppo siamo andati nel nord Europa. Io ho raggiunto la Svezia. A Stoccolma ci sono rimasto un anno». 

Cosa faceva a Stoccolma? Come viveva? «Il governo svedese mi dava un assegno umanitario di 200 euro al mese, più l’alloggio. E dovevo frequentare la scuola, cinque giorni alla settimana, per imparare la lingua svedese». 

L’ha imparata? «Un poco. Ho lasciato la scuola quando ho trovato un lavoro». 

Che lavoro? «Magazziniere e facchino in un supermarket di Stoccolma, gestito da un iracheno. Io gli portavo la clientela, tutti i miei amici somali e lui allora mi ha offerto il lavoro». 

Quanto guadagnava? «Ottocento euro al mese per otto ore di lavoro al giorno». 

Aveva un contratto, dunque... «No, era un lavoro in nero». 

Perché è tornato a Bari? «Per gli accordi di Dublino, poiché avevo fatto domanda di asilo in Italia, dovevo tornare in Italia, a Bari». 

Rimpiange la Svezia? «No, preferisco l’Italia». 

Perché? «In Svezia sono tutti razzisti: non puoi rivolgere la parola a uno svedese, o salutarlo per strada. Chiamano subito la polizia. C’è molto razzismo là. Preferisco stare a Bari. Qui ho trovato calore umano, qui c’è felicità». 

Ma c’è anche l’autista dell’autobus che - per quel che lei racconta - le avrebbe spaccato la faccia urlando “negro di merda”. Non è razzismo questo? «Ma è uno solo, fra migliaia. Qui la maggioranza è fatta di persone buone. Lui è una eccezione».

(foto Luca Turi)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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