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In Puglia e Basilicata

L'Oscar Piovani stasera al castello di Otranto

L'Oscar Piovani stasera al castello di Otranto
di UGO SBISA'
Parla con sincerità Nicola Piovani, premio Oscar per «La vita è bella», a proposito del doppio impegno che lo vedrà alla guida dell’Ico «Tito Schipa» di Lecce questa sera alle 21 nel Fossato del Castello Aragonese in apertura dell’«Otranto Film Fund Festival» e poi domani alla stessa ora a Lecce, a Palazzo dei Celestini. Tutto cinematografico, ovviamente, il programma, che includerà musiche scritte per i film dei fratelli Taviani, ma anche per Nanni Moretti, Roberto Benigni e Federico Fellini

02 Luglio 2009

di UGO SBISA'

«È la prima volta che porto un concerto sinfonico a Lecce e a Otranto e ne sono emozionato, anche se si può non crederci; ma ogni volta che si affronta un pubblico nuovo, quel misto di paura e euforia che si sente è un po’ il sale del mio lavoro, il desiderio infantile del suonare, farsi ascoltare e provare a emozionare».

Parla con sincerità Nicola Piovani, premio Oscar per «La vita è bella», a proposito del doppio impegno che lo vedrà alla guida dell’Ico «Tito Schipa» di Lecce questa sera alle 21 nel Fossato del Castello Aragonese in apertura dell’«Otranto Film Fund Festival» e poi domani alla stessa ora a Lecce, a Palazzo dei Celestini. Tutto cinematografico, ovviamente, il programma, che includerà musiche scritte per i film dei fratelli Taviani, ma anche per Nanni Moretti, Roberto Benigni e Federico Fellini. Ed è proprio dal cinema che parte la nostra conversazione.

Maestro Piovani, lei preferisce essere definito un compositore di musica per il cinema o un compositore che scrive anche per il cinema?
«Ho scritto soprattutto per il cinema, ma negli ultimi tempi ho dato più spazio a cantate sinfoniche, concerti da camera, esecuzione dal vivo di musiche riorchestrate per diverse formazioni E penso che in futuro sarà sempre più così. Ho difficoltà con le definizioni che mi riguardano, le lascio ai critici, agli spettatori, agli ascoltatori... mi vanno bene tutte».

Al di là delle definizioni, cosa l'ha spinta ad applicarsi alle colonne sonore?
«Il cinema dà molta notorietà ai musicisti, al di là dei meriti veri e propri. Ma la scelta che ho fatto da ragazzo aveva motivazioni ben radicate, che riassumerei in due punti: una grande passione per il cinema cosiddetto d’arte, che mi scoppiò intorno ai sedici anni; poi una certa diffidenza che avevo a quell’epoca per ciò che avveniva nelle sale da concerto. Erano gli anni del trionfo accademico di Darmstadt, delle avanguardie... L’ambito della musica cosiddetta leggera invece era strettamente ed esclusivamente commerciale. Il cinema mi sembrava, per un musicista, una zona franca, per scrivere senza la paura di usare accordi consonanti, linee espressive, addirittura melodie»

Ogni compositore segue un proprio «modus operandi». Miles Davis, che era un jazzista «prestato» al cinema, improvvisò la colonna sonora di «Ascensore per il patibolo» mentre ne scorrevano le immagini. Rota, invece, abbozzava i motivi al pianoforte mentre Fellini gli raccontava le trame dei film, descrivendone i personaggi. Lei come è solito lavorare?
«Più come Rota. Miles Davis per Ascensore per il patibolo registrò una musica di altissimo livello, ma che camminava un po’ da sola, molto autonoma e che non aiutava molto il racconto del film. A me piace l’artigianato della bottega-cinema: a volte basta azzeccare un monotono pedale di contrabbassi o un modulo di quattro note per far volare una sequenza, a volte un bellissimo contrappunto complesso compromette il racconto filmico».

A proposito di Rota e Fellini, lei ha musicato gli ultimi film del maestro. Una responsabilità impegnativa, come l’ha vissuta?
«Fortunatamente con grande leggerezza, quella leggerezza che trasmetteva Federico Fellini a chi gli stava accanto; sgombrava il lavoro di ogni ansia prestazionale per portarlo in un’area di gioco. Una volta gli dissi: Con te in moviola si respira un’aria di creatività infantile. Lui mi rispose: Casomai ginnasiale!».

Con Rota e Morricone lei completa una triade di eccellenza. Pensa si possa parlare di una scuola italiana nel campo delle colonne sonore?
«Il giudizio mi lusinga! Anche in questo campo però è difficile parlare di scuola nazionale in un paese che ha vissuto e vive di forti individualismi. Lavagnino, Cicognini, Morricone, Rota hanno mostrato al mondo a che livello si può fare musica nel cinema. Ma lavorando ognuno per conto proprio, con forte personalità individuale».

Bellocchio, Moretti, Benigni, Tornatore, i Taviani sono solo alcuni dei grandi registi ancora in attività con i quali lei ha lavorato nella sua carriera. A quali si è sentito più vicino e come descriverebbe brevemente il rapporto tra musica e immagini per ognuno di loro?
«Sarebbe lungo parlare di tutti loro, tutte forti personalità sul piano artistico e umano. A Bellocchio, il regista dei miei primi anni, mi sento molto legato nonostante la distanza nel tempo: sono più di vent’anni che non lavoriamo insieme. Comunque le grandi personalità, così diverse fra loro, hanno in comune la qualità di prendere il meglio di te, ma anche di dare molto; spesso sono intellettualmente generosi anche inconsapevolmente, non volontariamente. E quando alla fine faccio i conti, è più quello che io ho avuto da loro di quello che ho saputo dare con le mie partiture».

Passando alla sua attività di compositore puro, Bacalov diceva che, dopo aver vinto l'Oscar, ha cominciato a lavorare più intensamente come solista e ancor di più come compositore «accademico». È successo anche a lei?
«Precisamente. Con un premio così ti danno più fiducia; non solo i registi e le produzioni cinematografiche, ma anche le accademie, le istituzioni, i teatri e, quel che conta molto, il pubblico che ti viene a sentire».

Ha mai pensato di cimentarsi nella composizione di un concerto per strumento solista? E dopo «Epta», sta lavorando a qualcosa di nuovo?
«Ho in programma, in un futuro da decidere, un concerto per due pianoforti e orchestra da scrivere per le sorelle Labecque. Ma, per il prossimo Natale, presenterò una nuova cantata dal titolo Padre Cicogna su testo di Eduardo de Filippo, per voci e orchestra sinfonica».

Concludiamo tornando al cinema: un film che avrebbe voluto musicare lei e, se c'è, una colonna sonora che le piacerebbe aver scritto.
«Chi non avrebbe voluto musicare Otto e mezzo? Per le colonne musicali di questi tempi, ho ammirato e invidiato Ennio Morricone che ha scritto una magnifica partitura de La Sconosciuta di Tornatore. Anche se, con la musica del prossimo Baaria, da quel po’ che ho sentito, rischia di superarsi».
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