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In Puglia e Basilicata

Puglia, appalti Sanità il presidente Vendola: «Vogliono creare caso»

Puglia, appalti Sanità il presidente Vendola: «Vogliono creare caso»
Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha ricevuto dal pm di Bari, Desirèe Digeronimo, una convocazione in procura, quale persona informata sui fatti, nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti nella sanità alla Regione Puglia. Vendola, che rientrerà il 30 dal Canada, dovrebbe essere sentito in particolare sull'indagine interna avviata e conclusa dalla Regione Puglia sugli appalti assegnati per la fornitura di attrezzature sanitarie al gruppo Tarantini. 
Vendola convocato in procura

26 Giugno 2009

di Stefano Boccardi

BARI - «Non scherziamo. In questa storia la Regione è parte lesa. È solo parte lesa. Ed è del tutto ovvio che io venga ascoltato dalla procura come persona informata sui fatti. Solo pochi giorni fa, alla procura della Repubblica abbiamo consegnato una montagna di carte. Carte che la procura non aveva. Mi sembra logico che ora mi si voglia ascoltare. 

Tutto qui. E invece mi dicono che si vorrebbe montare un caso. Gira già che sarei coinvolto nel sexygate. Non mi sorprenderei quindi di leggere un conseguente titolaccio».


In serata, al telefono da Montreal, in Canada, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, è letteralmente infuriato. Da ore, esattamente da quando è stata diffusa la notizia dell’avviso a comparire emesso dal pm antimafia della procura di Bari, Desiree Digeronimo, i suoi collaboratori lo tengono costantemente informato di ciò che accade nel capoluogo pugliese, dove da giorni si sono sistemati, com’era ovvio, decine di inviati a caccia di particolari sul sexygate che ha coinvolto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.


Vendola, al telefono, esprime la sua preoccupazione perché gli avrebbero riferito che «c’è tanta gente che vuole pescare nel torbido». «Noi - osserva il presidente della giunta regionale pugliese, il cui rientro a Bari è fissato per il prossimo 30 giugno - in tutta questa storia (che è poi l’inchiesta condotta dalla dottoressa Digeronimo su alcuni appalti nel settore sanitario; inchiesta che ha costretto alle dimissioni l’ex assessore regionale alla Sanità, Alberto Tedesco, ndr) ci siamo mossi con la massima tempestività. Io personalmente ho dato mandato perché venissero eseguite due indagini amministrative. Indagini serie e approfondite che si sono concluse nei giorni scorsi e che credo possano dare un valido contributo all’inchiesta della procura».


Parole, queste ultime, che ricalcano in qualche modo quelle espresse poche ore prima dall’assessore regionale alla Sanità, Tommaso Fiore. Il quale pochi giorni fa, insieme con il prof. Nicola Colaianni (ex magistrato e consulente nominato da Vendola a capo dell’avvocatura regionale), ha consegnato al procuratore Emilio Marzano i faldoni contenenti l’esito delle due indagini amminitrative ordinate dal presidente.


Ma che cosa c’è di così importante in quei faldoni? «Sinceramente - dice alla Gazzetta il prof. Nicola Colaianni - in quelle carte non c’è nulla di penalmente rilevante. Noi ci siamo limitati, com’era ovvio, ad esaminare ed approffondire tutto ciò che era emerso dalla lettura dei giornali. Abbiamo quindi ascoltato tutti i funzionari interessati, dai quali abbiamo acquisito gli atti, ovvero le delibere conseguenti. Non abbiamo certo eseguito dei veri e propri interrogatori».

Eppure, qualcosa di importante in quei faldoni deve pur esserci. Altrimenti non si capirebbe il perché della convocazione di Vendola. In quelle carte, ad esempio, potrebbero esserci degli utili tasselli. Quelli che solo la dottoressa Digeronimo può inserire al posto giusto.


E così, val la pena di ricordare qual era l’obiettivo delle due indagini interne ordinate da Vendola. La prima tendeva ad accertare se fossero andate a buon fine (se così si può dire) le pressioni esercitate sull’ex assessore Tedesco dal titolare di una struttura riabilitativa con sede a Bernalda in provincia di Matera. Pressioni tese, secondo quanto era emerso dalle intercettazioni, a modificare il testo del piano sanitario regionale. La seconda aveva invece l’obiettivo di verificare quali fossero i rapporti tra le Asl pugliesi e le strutture sanitarie extraregionali e in modo particolare quelle del settore riabilitativo. Rapporti che si sono a lungo protratti senza che la Regione Puglia avesse potuto esercitare il benché minimo controllo.


Rapporti - come osserva il prof. Colaianni - che sulla carta hanno persino «determinato un risparmio per le casse della Regione». Sì, perché l’indagine avrebbe accertato che le strutture finite sotto la lente della magistratura (oltre a quella di Bernalda, ce n’è almeno un’altra a Matera) forniscono servizi riabilitativi domiciliari a prezzi più bassi di quelli offerti dalle strutture pugliesi.

Ovviamente, l’inchiesta della procura è tutt’altro che conclusa e quindi è presto per trarre conclusioni. Non foss’altro che per un fatto: le indagini della Regione non hanno nemmeno sfiorato il filone Tarantini («sugli imprenditori baresi e sulle loro aziende - dice il prof. Colaianni - non era ancora emerso alcunché e quindi non ce ne siamo affatto occupati»). Un filone che finora, anche giustamente, ha visto tutti concentrati sugli aspetti di più alto impatto mediatico, ma che potrebbe rivelarsi la chiave di una storia (quella di tante strutture di riabilitazione) che in Puglia (e altrove) non è mai stata nemmeno abbozzata.

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