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Sette arrestati, un ottavo ricercato
volevano uccidere un poliziotto
«Sono un killer, gli sparo in testa»

L’operazione, condotta dalla Squadra mobile di Foggia e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, nell’ambito di un’articolata attività di indagine per la riesplosa guerra di mafia

arresti a Foggia, questura di foggia

BARI - Volevano vendicarsi di un poliziotto uccidendolo, erano disposti a provare le nuovi armi sparando ai cani e maneggiavano pistole davanti ai bambini. La spregiudicatezza di presunti affiati al clan mafioso di Foggia Moretti-Lanza-Pellegrino emerge dagli atti dell’indagine che ha portato questa notte al fermo di 7 persone (un’altra è ricercata) per detenzione di armi (otto pistole e un kalashnikov), una tentata rapina in una gioielleria di Foggia, una rapina a mano armata, reati compiuti con l’aggravante del metodo mafioso e per aver agevolato un’associazione mafiosa.

I fermi sono stati disposti dal pm della Dda di Bari Roberto Rossi nell’ambito di una più ampia inchiesta su estorsioni agli imprenditori e numerosi agguati - almeno cinque tentati omicidi, quattro omicidi e dieci attentati dinamitardi - commessi dal settembre scorso nell’ambito della faida con il clan rivale dei Sinesi-Francavilla. I sette pregiudicati fermati sono: Francesco Abruzzese, Giuseppe Albanese, Mario Lombardi, Alessandro Moretti, Massimo Perdonò, Fabio Tizzano, Carlo Verderosa.

Negli atti c'è un’intercettazione del 19 gennaio scorso in cui Abruzzese dice a Moretti di voler uccidere Angelo Sanna, ispettore capo in servizio presso la Squadra Mobile di Foggia: "Io sono un killer, bastardo in faccia... quel cornuto di Sanna... lo devo sparare in testa... lo devo sparare... mò gli devo accendere la macchina». Sarebbe questo uno degli elementi che ha spinto gli inquirenti ad intervenire con i fermi per bloccare eventuali agguati.

Del resto di armi i fermati ne avevano in quantità e per provarne la funzionalità erano persino disposti ad uccidere animali, e non si preoccupavano neppure della presenza dei loro figli minorenni, maneggiando pistole e kalashnikov davanti al loro. Dalle intercettazioni ambientali compiute in auto - annotano gli inquirenti - si sentono infatti rumori di «scarrellamenti di pistole semiautomatiche» e, insieme, voci di bambini.

Negli atti c'è poi un riferimento alle estorsioni ai cantieri. «Io capisco roba di matematica... che sono per dire 3 milioni... mi devi dare 300mila euro, mi devi dare un appartamento». Così Alessandro Moretti racconta ad una donna il metodo per minacciare gli imprenditori. Gli inquirenti ricostruiscono poi la storia criminale del gruppo, a partire dagli anni '90, sottolineando la ferocia e pericolosità dei sodali e la violenza esercitata non soltanto nei confronti del clan rivale. Dopo un tentato omicidio del 7 gennaio scorso ai danni di Michele Bruno, uomo del clan, due affiliati sarebbero stati infatti brutalmente picchiati per non averlo difeso adeguatamente.

In conferenza stampa il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, ha voluto lanciare un appello. «Vedere costantemente soggetti che subiscono attentati dinamitardi dichiarare che non hanno mai ricevuto minacce - ha detto - fa male perchè sicuramente quelle persone stanno mentendo. Vorrei dire alla città di Foggia che abbiamo bisogno di collaborazione, di dichiarazioni e denunce».

LE ARMI PROVATE UCCIDENDO CANI - In una conversazione fra Alessandro Moretti e Francesco Abruzzese, i due si accordano per provare una pistola calibro 9 modello Glock già caricata con 15 proiettili e, parlando con una terza persona non identificata alla quale cedono una calibro 38 promettendo «in regalo» una pistola 357, dicono: «Ti devo regalare un mezzo mai visto - dice Moretti - però devi uccidere un cane davanti a me». «Se me la porti mò - gli risponde riferendosi alla seconda arma - andiamo mò e lo uccido».

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