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In Puglia e Basilicata

Rubini racconta il suo nuovo film

Rubini racconta il suo nuovo film
di OSCAR IARUSSI
«Giro in Puglia, il mio personale teatro di posa». Il primo Ciak a San vito dei Normanni per «L'uomo nero», la storia di una ferita e di una riconciliazione tra un padre ed un figlio raccontata nell'arco di quasi 40 anni tra gli anni '60 ed oggi. Un raro caso, quello di Sergio Rubini, di attore e regista tanto popolare quanto colto

23 Giugno 2009

di OSCAR IARUSSI 

Ciak, si Puglia. Da qualche giorno, prima a Bari e ora a San Vito dei Normanni in provincia di Brindisi, Sergio Rubini sta girando L’uomo nero. Ci resterà ancora per sei settimane. È il suo decimo film da regista, prodotto da «Bianca Film» di Donatella Botti con Rai Cinema, e sceneggiato dall’autore con Carla Cavalluzzi e Domenico Starnone. Ed è il settimo film ambientato in Puglia! Intorno a Sergio sono palpabili l’af fetto e il prestigio di cui gode e non certo solo nella sua regione (è nato a Grumo Appula nel 1959). Un raro caso, Rubini, di attore e regista tanto popolare quanto colto: fermato in strada dai fan (e dalle fan) per l’autografo di rito, ma anche preso d’assalto nelle aule universitarie o nei seminari festivalieri, come accadde a Bari nel gennaio scorso quando alle 9 di un lunedì mattina c’era la fila per ascoltarlo nel Kursaal Santalucia. 

Rubini, cominciamo dalla trama dell’«Uomo nero». La racconti in sintesi. «Gabriele Rossetti (Fabrizio Gifuni), 45 anni, torna nel suo paese d’origine, in Puglia, in occasione della malattia grave del padre. Questi si chiama Ernesto e sul letto di morte farfuglia qualcosa che fa tornare il figlio indietro fino all’inf anzia, negli anni Sessanta. Ernesto - interpretato da me - era un capostazione, con una grande vocazione per la pittura, sposato con una professoressa di lettere (Valeria Golino). Con loro vivono il figlioletto Gabriele (il bambino che ho scelto si chiama Guido Giaquinto, è di Bitritto) e il fratello più giovane della moglie nel cui ruolo c’è Riccardo Scamarcio, che gestisce una drogheria e diventa un punto di riferimento per Gabriele. Fuori, c’è un paese retrogrado, chiuso, retrivo».

Nel film quale sarà il paese? «Si chiamerà S. Vito, genericamente. In La stazione San Marco in Lamis figurava quale S. Marco e basta. E, come in altri miei film girati in Puglia, mescolerò dialetti e cadenze senza preoccuparmi troppo della verosimiglianza linguistica: per cui si sentirà parlare barese anche se siamo nel Salento. È una libertà che mi prendo in nome della fantasia». 

Capostazione, alla stregua di suo padre nella realtà, Sergio. E come, appunto, nella «Stazione» di vent’anni fa. «Sì, ma qui a contare nel personaggio del padre è soprattutto la sua passione per l’arte ed in particolare per Paul Cézanne». 

Perché proprio Cézanne? «Negli anni ‘60-‘70 vi fu una esplosione dell’interesse per gli impressionisti. De Chirico diceva che la maledizione di tutti i pittori è di essere riprodotti dai dilettanti. La forza, ma anche la dannazione degli impressionisti, non sta solo nella tecnica, ma anche nel pensiero che c’è dietro e che avrebbe aperto la strada al cubismo». 

Si parla d’arte ed è un bis rispetto al suo ultimo film, «Colpo d’occhio», del 2008. «Sì, le coordinate di un autore talora ricorrono, ma stavolta - e riprendiamo a raccontare la trama - è cruciale il fatto che il capostazione dipinga come un impressionista e sia considerato stravagante ed estroso nel suo paesino. Di più, diventa mano a mano un “perseguitato” dai notabili del paese, il professor Venusio che è pure corrispondente della “Gazzetta” e l’avvocato Pezzetti, interpretati rispettivamente da Vito Signorile e Maurizio Micheli. D’altro canto, le frustrazioni del Nostro si riversano in famiglia, fra le mura domestiche dove egli talora diventa davvero furioso». 

Chi sono gli altri personaggi e interpreti del film? «Mariolina De Fano è l’accompa gnatrice della moglie romagnola del dentista del paese, interpretata da Anni Falchi. Mario Maranzana è il direttore della Pinacoteca la cui nipotina, che diventa amica del piccolo Gabriele, da grande ha il volto di Margherita Buy». 

Pinacoteca, addirittura, per un pittore dilettante? Sappiamo che ha girato nella «Corrado Giaquinto» sul lungomare di Bari. «A proposito, voglio dire grazie alla direttrice Clara Gelao. Come d’altronde ringrazio molto le Ferrovie Appulo Lucane presiedute da Matteo Colamussi. Dunque, Ernesto, fomentato dalla moglie del dentista che è una specie di riferimento esotico, si convince ad allestire una mostra in paese. Oltre ai suoi quadri vi espone la riproduzione di un autoritratto con bombetta di Cézanne, che Ernesto ha ammirato in Pinacoteca». 

Esiste questo quadro? «Mi piacerebbe che lo spettatore più curioso facesse la sua ricerca in merito, magari per restare giocosamente a bocca asciutta. Ovvero, esiste un’opera cui io ho apportato delle variazioni». 

La mostra di Ernesto sarà un successo? «Macché, con suo grande disdoro verrà stroncato dal corrispondente della “Gazzetta” che, insieme all’avvocato, lo bolla come un dilettante. Allora, la rabbia e l’angoscia di Ernesto si abbattono sulla sua famiglia e sul bambino in particolare che comincerà a pensare quello che molti pensano: “Voglio crescere e voglio diventare diverso da papà”. Questi infatti agli occhi di Gabriele si trasforma in una specie di uomo nero, sebbene il titolo si riferisca parimenti a un episodio “ferroviario”. Il film racconta la presa di coscienza di questo bimbo, la sua voglia di smarcarsi dal padre che vede soffrire e che lo fa soffrire». 

Altro che primato dell’arte... Si direbbe un film sulle generazioni, sulla memoria, sul Sud che fu. «Sì, ma anche un film sull’Italia che è. Vede, il tema di fondo è l’amatorialità che ci porta dritti dritti al Grande Fratello! Quelli erano anni in cui le masse, e fra loro il nostro ferroviere, cominciarono a sentire il desiderio di emergere. Intendo: emergere ciascuno da sé, non più come masse. Ma l’intellighenzia e la sinistra non se ne curarono affatto. Una distrazione fatale, perché alla lunga quella voglia di farcela per mostrare un talento e dar corpo a un sogno - ignorata a sinistra - si è consegnata al fronte avverso. E oggi i ragazzi puntano ad emergere senza saper fare alcunché». 

« L’uomo nero» è la storia di una ferita tra padri e figli? «Così appare sulle prime e per un pezzo, ma infine sarà chiaro che è la storia di una riconciliazione. Non posso svelare l’epilogo, perché contiene una detection, u n’inchiesta, ma il figlio vedrà il padre in una luce diversa, fuori da ogni pregiudizio. È una commedia dai risvolti amari». 

Rubini, lei soggiorna a Mesagne e gira a San Vito dei Normanni. Esattamente gli stessi luoghi di «La terra» del 2006. Affezione estrema? «Io adoro la Puglia. Ne conosco alla perfezione la luce, gli odori, le lingue. Ne amo la gente, la mia gente. Perciò uso la Puglia come il mio personale “teatro di posa” a cielo aperto. Vuol dire che nello stesso luogo posso girare scene molto diverse. Un privilegio. Inoltre, stavolta molto più che in passato, anche le istituzioni mi stanno aiutando, in primis la Regione. Qui si fa cinema benissimo».
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