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Foggia, il carcere scoppia l'appello: «Viviamo come topi»

Foggia, il carcere scoppia l'appello: «Viviamo come topi»
Le cifre disegnano il quadro, le lettere dei carcerati raccontano la situazione drammatica che viene riassunta in una parola: sovraffollamento. Le cifre: nel carcere di Foggia, dove dovrebbero essere detenute 390 persone con una situazione di tolleranza che non dovrebbe superare le 500 unità, i reclusi sono quasi 750
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22 Giugno 2009

Le cifre disegnano il quadro, le lettere dei carcerati raccontano la situazione drammatica che viene riassunta in una parola: sovraffollamento. Le cifre: nel carcere di Foggia, dove dovrebbero essere detenute 390 persone con una situazione di tolleranza che non dovrebbe superare le 500 unità, i reclusi sono quasi 750. Il che significa che in celle di pochi metri quadri nate per ospitare 2 o 3 persone, ce ne sono almeno il doppio. E la polizia penitenziaria (meno di 350 unità) è insufficiente a fronte di una popolazione carceraria così numerosa, tant’è che spesso un solo agente deve occuparsi di sezioni dove sono rinchiusi fino a 80 detenuti. 

Ma sono le numerose lettere giunte alla «Gazzetta» a raccontare come si vive nella struttura al rione Casermette nata nel ‘78. «Sono un detenuto del carcere di Foggia» che si firma “i discriminati” «scrivo questa lettera nella speranza che oltre al ministro si possa scuotre anche l’opnione pubblica per quello che riguarda l’invivilità delle carceri. Chiediamo l’aiuto dell’opinione pubblica non per uscire dal carcere, ma per vivere in maniera più dignitosa. In celle costruite per due o tre persone, ci obbligano a stare in cinque o sei. Il carcere di Foggia porta una capienza di 330 detenuti, mentre attualmente ne siamo 750: lascio a voi immaginare il caos. Per questo stimatissimi italiani chiediamo il vostro aiuto: il primo luglio, in accordo con tutte le carceri italiane, noi detenuti e i nostri familiari faremo uno sciopero pacifico. Ricordatevi che pure noi siamo essere umani, non fateci vivere più come le bestie». 

C’è anche chi ha tentato di togliersi la vita in cella, venendo salvato dalla polizia penitenziaria. Lo racconta in questa lettera alla redazione («credo che questa mia missiva non meriterà la vostra attenzione e tanto meno la pubblicazione: in caso contrario chiedo che vengano indicare solo le mie iniziali, R.M.») un detenuto. «Nei giorni scorsi ho tentato il suicidio in carcere: il fallimento del mio gesto ha raddoppiato in me il senso della disperazione, impedendomi di valutare correttamente l’infermo intorno a me. Avrei voluto andarmene con il silenzio e l’indifferenza: la filosofia di queste mie parole è la metafora del volto oscuro della questione carceraria con il suo vergognoso sovraffollamento. Il limite della sopportazione appartiene alla condizione umana e io sono arrivato ben oltre». 

A chiedere l’intervento delle istituzioni è anche un detenuto ai domiciliari che prestà tornerà in cella. «Scrivo alla “Gazzetta”questa lettera perchè sono molto arrabbiato: nei giorno scorsi sul vostro giornale ho letto dei problemi di sovraffollamento nel carcere di Foggia. Scrivo per far sapere che sono vicino a tutti i detenuti, visto che nelle carceri si vive una vita indecente e di gravissimi disagi. Non si vive bene perchè in celle di 2 persone, ce ne stanno 4 o 5. Il problema del super affollamento dipende anche dal fatto che non sempre vengono riconosciuti i diritti del detenuto da parte dei magistrati: non concedono i domiciliari, non ti fanno andare in affidamento lavorativo. Io sono detenuto da un anno e mezzo, da 5 mesi ai domiciliari: non riesco ad avere l’affidamento lavorativo e so che tra qualche mese, con la condanna che diverrà definitiva, tornerò di nuovo dentro. Tra le difficoltà della vita in cella, c’è anche quella di vivere 24 ore su 24 con persone di etnia diversa, con usanze molto diverse dalle nostre. Al ministro vorrei dire di prendere provvedimenti seri: il carcere non dev’essere un luogo dove ci si finisce di rovinare, ma di recupero. Ma con questo sovraffollamento non si recupera proprio nessuno. Invece di costruire nuove carceri, che comporterà tempi lunghi, si può ricorrere alle misure alternative alla detenzione in cella».
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