Sabato 13 Agosto 2022 | 11:13

In Puglia e Basilicata

900 pugliesi e lucani in  Afghanistan per difendere la pace

900 pugliesi e lucani in  Afghanistan per difendere la pace
di GAETANO CAMPIONE 
Più del 30 per cento del contingente italiano schierato arriva dalle due regioni del Mezzogiorno. Professionalità, consapevolezza di cosa si fa, senza nascondere i rischi e difficoltà. Volti e storie raccontano l’umanità di chi è impegnato al fronte
• Gli occhi del Predator sono di un ufficiale lucano
• Il parà di Campi Salentina: il Paese sta cambiando. Anche grazie a noi 

21 Giugno 2009

di GAETANO CAMPIONE

È una guerra che non c’è. Perché se ne parla sempre poco, solo quando ci sono i nostri morti o i nostri feriti. È una guerra lontana, invisibile, necessaria - paradossalmente - per mantenere la pace. Dove non possiamo attaccare, ma solo difenderci. E lì, in Afghanistan, in località difficili da trovare anche sulle cartine geografiche, dai nomi insignificanti come Bala Murghab, Farah, Herat, c’è un consistente pezzo di Puglia e di Basilicata. Per gli amanti delle statistiche, rappresentano più del 30 per cento dei 3mila italiani impegnati in questo teatro oper at ivo. Quasi 900 uomini, volti e storie diversi che raccontano l’umanità delle nostre genti. Una miscela di doti militari e buon senso, perché le guerre di oggi si vincono se si riesce a conquistare non il territorio, ma il cuore del nemico. Ecco, allora, la costruzione di scuole, ponti, ospedali. Che purtroppo, da sola, non basta. Per difendere e mantenere la pace, nella polveriera afgana, ora bisogna combattere, fare la guerra. Insieme al mandolino del capitano Corelli, dobbiamo impugnare il fucile mitragliatore. Le forze armate del Terzo millennio sono cambiate. Basta leggere le risposte dei militari alle interviste.

Ci sono professionalità, consapevolezza di quanto si sta facendo, sacrificio. Nessuno nasconde le difficoltà di una missione carica di incognite e di rischi. I cittadini con le stellette sono diventati gli ambasciatori di un Belpaese diverso da quello rappresentato a casa, sganciato dall’immagine del paese reale, forte della dignità internazionale conquistata missione dopo missione. Tra i pugliesi e i lucani di Kabul e Herat prevalgono le motivazioni della scelta di vita. Si indossa la divisa non per il riscatto sociale o il tornaconto economico (naturalmente, c’è anche questo aspetto). La motivazione umanitaria collegata alla vita militare è un collante indistruttibile. 

Intanto, è iniziata la campagna elettorale per le presidenziali che il 20 agosto daranno all’Afghanistan il secondo presidente eletto a suffragio universale della sua storia. L’avvenimento politico equivale alla benzina gettata sul fuoco. I talebani vogliono dimostrare che il paese non è sotto il controllo di Hamid Karzai, che la sicurezza è un miraggio, nonostante gli sforzi della comunità internazionale: sotto le bandiere della Nato e degli Stati Uniti ci sono 90mila soldati, 21mila dei quali americani. Ed altri 400 militari italiani si aggiungeranno al contingente di 2.800 uomini già schierati sul territorio. Gli analisti prevedono l’in - tensificarsi delle azioni dei talebani, i cui attacchi sono aumentati del 40 per cento solo nell’ultima settimana. Le cattive notizie, dunque, sono in agguato. Dal punto di vista politico, Karzai, il rpesidente uscente, resta il favorito, nonostante il tasso di fiducia nei suoi confronti sia passato dall’83 per cento del 2005 al 52 per cento di oggi. Karzai, però, è impegnato a tessere una ragnatela di alleanze, alcune senza scrupoli, finalizzate alla rielezione. A cominciare dal vicepresidente designato, Mohammad Qasim Fahim, ex signore della guerra tagiko. Poi, è arrivato il sostegno dell’uzbeko Abdul Rashid Dostam e quello dell’az ero Haji Mohammed Mohaqiq. L’Afghanistan, infatti, è un mosaico di etnie, con le quali bisogna fare accordi o scontri. Tra i tanti avversari, quelli più credibili sono l’ex ministro dell’economia Ashraf Ghani (che ha aperto la campagna elettorale invitando tutti gli afghani ad incontrarlo nella sua abitazione di Kabul) e l’ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah (che ha invece riunito i suoi sostenitori in un albergo della capitale). Ma tra i 41 volti sui manifesti è pur sempre quello di Karzai il più odiato dai talebani, che hanno cercato di ucciderlo già quattro volte. 

In questo pentolone si muovono i nostri militari pugliesi e lucani impegnati - come ha ricordato il generale Rosario Castellano, comandante del contingente - ad evitare la destabilizzazione del paese. All’inizio di luglio, nella zona di Herat, a responsabilità italiana, arriveranno altri 900 militari, tra italiani, spagnoli e sloveni, per rafforzare il contingente internazionale. Cosa cambierà? L’impegno sul territorio da controllare. Quindi le pattuglie, i rischi. Come in ogni conflitto. L’importante è non dimenticarsi di questo spicchio di Puglia e Basilicata impegnato a fare la guerra per mantenere la pace.
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