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In Puglia e Basilicata

I quarant’anni del nostro scontento

di Giorgio Nebbia

02 Giugno 2009

di Giorgio Nebbia

«Che ambiente faceva» quarant’anni fa ? Non peggiore di quello di oggi. Oggi è diminuito l’inquinamento atmosferico dovuto alla qualità dei combustibili, ma sono aumentate le automobili inquinanti e le immissioni nell’atmosfera dell’anidride carbonica che già 40 anni fa era riconosciuta come agente che alterava il clima. Sono aumentati i consumi e di conseguenza la quantità e il tipo dei rifiuti sempre più intrattabili. Sul lavoro si muore oggi come nei decenni passati: più o meno 1200 martiri all’anno. Sono aumentati l’erosione del suolo e le frane e alluvioni, gli incendi e la distruzione dei boschi. La popolazione mondiale è passata dai 3500 milioni del 1969 ai 6700 milioni del 2009, con un forte aumento della popolazione anziana, soprattutto nei Paesi industrializzati.
 L’unica differenza sta nel fatto che 40 anni fa sembrava che l’Italia avesse intenzione di riconoscere i guasti e di mettervi rimedio. Il 1970 era stato dichiarato «Anno europeo della conservazione della natura» e nell’aprile 1970 era stata proclamata la prima «Giornata della Terra»; una contestazione ecologica si spandeva dagli Stati Uniti all’Europa anche sull’onda della contestazione giovanile del «sessantotto». Nel 1970 entrava nel vocabolario comune la nuova parola «ecologia» a indicare una domanda di cambiamento delle abitudini di vita, della produzione e del consumo delle merci, dei modi di trasporto, dell’uso del territorio, della struttura delle città, di nuovi rapporti fra gli esseri umani e gli esseri viventi vegetali e animali.
 la nascita dell’ecologiaL’ecologia arrivò presto anche in Parlamento e al governo. Il Paese era governato da una salda maggioranza di centro che andava dalla Democrazia Cristiana, ai socialisti, ai repubblicani, con due ali di opposizione, quella del forte Partito Comunista e quella di destra del Movimento Sociale. La domanda popolare di «ecologia» fu raccolta dal presidente del Senato, Amintore Fanfani, un energico democristiano, ma prima ancora un uomo di cultura, professore di Storia economica. Nel febbraio 1971 Fanfani istituì presso il Senato un «Comitato di orientamento sui problemi dell’ecologia», costituito da sei professori universitari e da 26 rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, fra cui due senatori pugliesi, Cifarelli per i repubblicani e Crollananza per il Movimento Sociale.
 Agli studiosi fu chiesto di illustrare i principali problemi di cui cominciava ad occuparsi l’opinione pubblica: rapporti uomo e ambiente (Caglioti), le acque (Passino), le vegetazione  (Tomaselli), la fauna e la caccia (Pavan), i rapporti fra salute e ambiente (Marini Bettolo). A me fu «dato il tema» dei rapporti fra tecnica, produzione e ambiente. Fra l’altro al Comitato Fanfani fu distribuita una anticipazione dello studio di previsione ambientale promosso da Aurelio Peccei, presidente del Club di Roma, e che sarebbe stato pubblicato un anno dopo come volume intitolato: «I limiti dello sviluppo».
 Lo studio dei rapporti fra popolazione, produzione di merci, disponibilità di risorse naturali e inquinamento, esteso verso la metà del XXI secolo, quello in cui stiamo vivendo noi, indicava che la salvezza del pianeta, ma anche dell’economia mondiale, sarebbe stata possibile soltanto ponendo un limite non «allo sviluppo», come era stato tradotto erroneamente il titolo originale, ma alla «crescita» della produzione di merci e allo sfruttamento dei beni naturali. Altrimenti si sarebbe andati incontro all’impoverimento delle riserve di combustibili e delle foreste, alla scarsità planetaria di cibo e di acqua pulita, alla crescente disuguaglianza fra Paesi ricchi e Paesi poveri, con giusta ribellione di questi ultimi, a crisi di occupazione, come sta avvenendo.
 una lusinghiera unanimitàIl Comitato lavorò di buona lena per tutto il mese di marzo, espose i suoi risultati in una lunga seduta finale a cui partecipò il presidente del Consiglio del ministri del tempo Emilio Colombo. Il 7 maggio 1971 tutti i gruppi parlamentari presentarono una mozione unitaria che impegnava il governo a promuovere azioni per la difesa dell’ambiente; la mozione fu approvata all’unanimità il 28 maggio 1971. Solo la sinistra extraparlamentare, allora forte e vivace, aveva ironizzato sulla «fanfaecologia».
 Gli atti dei lavori furono pubblicati dal Senato in tre volumi con il titolo: «Problemi dell’ecologia». Si tratta di un’opera (credo che ne sopravvivano ancora poche copie, disperse nelle biblioteche) ingiustamente dimenticata. La sua rilettura mostra che, per molte cose, abbiamo perso quarant’anni. La diossina era nota come pericoloso inquinante proveniente dai pesticidi e da processi industriali, ma oggi vediamo che è prodotta ogni giorno anche dagli inceneritori dei rifiuti e dagli stabilimenti metallurgici. Le modificazioni climatiche, già allora previste, si sono aggravate al punto da far aumentare alluvioni, frane, siccità, modificazioni dei mari. Il petrolio si è fatto più scarso e costoso. La diffusione selvaggia di seconde case ha fatto aumentare il diboscamento e l’erosione del suolo.
 La mozione parlamentare alla fine dei lavori del Comitato Fanfani proponeva un’Italia non più povera, ma più pulita, suggeriva leggi capaci di assicurare lo sviluppo economico e sociale e l’occupazione attraverso la difesa dell’ambiente. Tante speranze deluse. Il primo ministero dell’Ecologia sarebbe stato istituito per soli sei mesi nel 1973 e resuscitato soltanto nel 1983 per diventare poi ministero dell’Ambiente nel 1987. Le leggi per la difesa del suolo, delle acque e dell’aria, per lo smaltimento dei rifiuti sono state fatte, ma deboli, contraddittorie, e sono ancora largamente violate.
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