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In Puglia e Basilicata

I fanghi alla diossiona dal depuratore ai campi

I fanghi alla diossiona dal depuratore ai campi
MELENDUGNO - Diossina usata come concime per i campi? L’allarme, stavolta, riguarda Melendugno e il suo depuratore consortile (che serve anche Calimera e Martignano) di proprietà dell’Acquedotto Pugliese: le analisi sui fanghi provenienti da quell'impianto parlano di diossina e inquinanti sopra la soglia di attenzione. Ma tutto il contorno è inquietante, con eco-criminali che nottetempo sversano veleni nella fognatura di quell'area.

23 Maggio 2009

di Danilo Lupo

MELENDUGNO - Diossina usata come concime per i campi? L’allarme, stavolta, riguarda Melendugno e il suo depuratore consortile (che serve anche Calimera e Martignano) di proprietà dell’Acquedotto Pugliese: le analisi sui fanghi provenienti da quell'impianto parlano di diossina e inquinanti sopra la soglia di attenzione. Ma tutto il contorno è inquietante, con eco-criminali che nottetempo sversano veleni nella fognatura di quell'area.

Tutto parte dai rilievi disposti nel novembre scorso da Arpa Puglia su diversi depuratori della regione, in collaborazione con le università e il Cnr. «Un’attività scientifica», spiega il direttore regionale dell’Agenzia regionale di protezione ambientale Giorgio Assennato, «utile a mappare il territorio». Da quei rilievi, analizzati dal laboratorio Inca di Lecce e dal laboratorio Arpa di Taranto, esce fuori un dato preoccupante: nei fanghi dell’impianto di Melendugno (cioè il residuo solido del ciclo di depurazione) vengono ritrovati 146 nanogrammi di diossina per chilo. «Non appena in possesso di quel risultato», spiega Assennato, «abbiamo disposto nuove analisi a controprova, che hanno dato risultati analoghi, pari a 138 nanogrammi per chilo. E contemporaneamente il 26 febbraio scorso abbiamo scritto alla Provincia di Lecce, sconsigliando l’utilizzo di quei fanghi in agricoltura».

Il punto dolente è proprio questo: i fanghi provenienti dagli impianti di depurazione civile, come quello di Melendugno, vengono normalmente utilizzati come ammendante in agricoltura, cioè come concime nei campi. «E in effetti, la Provincia, ricevuta la nota dell’Arpa, «spiega l’assessore all’ambiente Gianni Scognamillo, «ha proibito all’Acquedotto Pugliese l’uso di quei fanghi nelle campagne». «In ogni caso», aggiunge Assennato, «a mio parere non ci sono pericoli di contaminazione del ciclo alimentare, le concentrazioni non sono tali da determinare rischi di conseguenze sulla salute umana».

La questione è resa più complicata da un buco legislativo: in Italia non esistono soglie massime di diossina nei fanghi di depurazione, dato che il nostro paese non ha recepito la direttiva europea che individua in 100 nanogrammi per chilo il valore limite. Così i suggerimenti dell’Arpa e i divieti della Provincia sono ispirati solo a cautela.

Una rassicurazione (sia pur parziale) arriva dall’Acquedotto, proprietario dell’impianto. «Non usavamo da circa un anno e mezzo quei fanghi come fertilizzante», spiega il direttore leccese Giuseppe Valentini, «cioè da quando avevamo verificato che in quel depuratore arrivavano quantità anomale di fanghi industriali, contaminati da metalli pesanti e altri inquinanti, che venivano scaricati illegalmente di notte nelle fognature. Anche le forze dell’ordine hanno indagato, al momento senza aver individuato i responsabili». E’ da aggiungere che da allora i fanghi vengono smaltiti in discarica come rifiuti speciali.

A rivelare l’anomala situazione sono state le analisi di routine (che vengono effettuate su impianti come quello di Melendugno), ora confermate, e aggravate, dai rilievi dell’Arpa. Ovvia la domanda: ma prima delle analisi, quanto fango alla diossina è finito nelle campagne?

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