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BARI - «Il primo comandamento del Libertà? Fatti i fatti tuoi». Il viaggio nella Terra di Mezzo del quartiere, cerniera tra le luci sfavillanti del borgo Murattiano e la periferia, inizia con un consiglio. Anzi, con una perla di saggezza popolare. Da queste parti, se «ti fai i fatti tuoi» si riducono i problemi quotidiani e tutti possono campare fino a 100 anni. Almeno così recita il detto. Ma così facendo alimenti anche quel clima di sudditanza psicologica e di remissione nel quale cresce l’anima nera (il colore della pelle non centra nulla), quella sotterranea che scandisce e condiziona i ritmi dei giorni.
Fatti i fatti tuoi - «Fatti i fatti tuoi», vuol dire anche non riportare nomi e cognomi di chi parla: «Solo così ti raccontiamo le cose vere». Loro, i residenti del quartiere più popolato della città (60mila abitanti), non la definiscono omertà, ma buon senso, il sapersi adattare alle avversità della vita senza battere ciglio nella buona e nella cattiva sorte.
Il Libertà è difficile da raccontare, sfugge alle definizioni classiche. Lo puoi paragonare ad una spugna che, allo stesso tempo, assorbe e rilascia tensioni, emozioni, colori, profumi e lamentele. Un minestrone di problemi in attesa di una riqualificazione troppo a lungo rimandata. Il luogo della memoria è via Manzoni, una volta cuore pulsante del piccolo commercio. Oggi, tra negozi chiusi, cartelli con su scritto “vendesi” o “fittasi” si è trasformato nel tempio del rimpianto dove si ricordano i tempi che furono.
Cause e Responsabilità - La colpa? Impossibile trovarne una sola. Ci sono una serie di cause che vanno dal boom dei centri commerciali alla crisi economica. Sono cambiate le abitudini, si è impoverita la classe media. Il resto lo hanno fatto degrado, abbandono e indifferenza. Non è un processo dei giorni nostri. La crisi parte da lontano. Tra i ricordi c’è il famoso “mercato del lunedì” di via Calefati. La gente arrivava qui dal resto della città. Vie e negozi si animavano. Un formicaio urbano.
Vuoti - La scelta di trasferire il mercato altrove ha provocato una crepa mai più risanata. La politica quando si è svegliata dal torpore istituzionale - il vuoto è stato occupato da un lato dalla criminalità, dall’altro dagli extracomunitari - ha capito di essere in ritardo anni luce. E per recuperare tempo e rioccupare spazi oggi servirebbe un piano strategico. Uno strumento globale con lo stesso potere di un defibrillatore, per far riprendere a battere quel cuore pulsante che i nonni raccontano ai nipoti.
Vendesi - Girando per le strade del quartiere entri nel più grande mercato immobiliare della città. Si vende tutto. Ma acquistano in pochi. Eppure i prezzi sono da affari. Intere palazzine tappezzate da «vendesi». Soprattutto bivani e trivani. Con cortile interno. Perché nessuno li vuole? «Chi può va via. Racimola quattro soldi e attiva un mutuo per spostarsi in un’altra parte della città, dove far crescere i figli in un’atmosfera meno caotica», spiegano da queste parti. Eppure il Libertà fa registrare il record di giovani coppie: «Che non vedono l’ora di trasferirsi. Io sono nato qui. E qui resterò. Mi rendo conto, però, come tutto sia difficile. Non c’è un cinema. Anche la società di calcio Minafra, che ha tolto dalla strada centinaia di ragazzi, ha cessato di vivere. Senza contributi, gli hanno staccato la spina. Se vuoi praticare sport ormai ci sono una palestra e il PalaMartino».
Locali stranieri e tabacchi - Via Libertà, via Ettore Fieramosca, via Dante, via Malta. Tre store cinesi nel giro di 100 metri. Poi, un paio di locali africani, locali alla strada trasformati in circoli per giocare a carte o in abitazioni, bar come funghi. L’unica coda che incontri è quella davanti alla ricevitoria di tabacchi dove c’è il lotto elettronico, contenitore di illusioni e di speranze: la gente si riunisce sin dalla mattina sperando nella buona sorte.
Regole? - Le vie sono anguste, disordinate, sporche. Deregulation è il secondo comandamento del quartiere. Nel senso che le regole le rispettano in pochi. Troppo pochi. Il pub aperto tra mille sacrifici all’interno dell’oratorio del Redentore è poco frequentato nonostante in molti si lamentino della mancanza di luoghi di aggregazione. Perché? Semplicemente perché qui fanno rispettare le regole. Niente alcool ai minorenni, ad esempio. E questo non piace.
Meglio lo spirito anarchico che significa anche impunità da queste parti. Il sacchetto con i rifiuti si lascia dove capita. I cani (rigorosamente senza guinzaglio) depositano escrementi davanti a portoni e negozi tra l’assoluta indifferenza dei proprietari degli animali, il parcheggio in seconda fila fa parte dell’arredamento urbano. Hai bisogno di un posto auto? Invece del grattino, ecco sedie, ciclomotori e banchetti utilizzati per occupare lo spazio. Chi ha il passo carrabile diventa ostaggio del disordine. Perché parcheggiano anche lì.
Intolleranza e sfruttamento - Non sempre è colpa degli stranieri. Che ci sono e creano altri problemi, alimentati da quel senso levantino tipico dei baresi pronti ad annusare l’affare sempre e comunque. Gli stranieri rappresentano una risorsa da sfruttare. Dieci persone in un locale senza bagno equivalgono al reddito di cittadinanza tanto caro al Governo. Naturalmente soldi in nero e in contanti. Controlli, zero. Fino ad oggi. L’ordinanza del sindaco è stata accolta con scetticismo: «Il problema è farla rispettare sempre. Non per un mese. Lei è mai andato al mercato nella ex Manifattura? Vada a vedere con i suoi occhi. È il regno della illegalità: sono più gli abusivi dei regolari».
Sfida manifattura - Eppure quando è andato in visita il primo cittadino la situazione era diversa. «Certo, lui ha annunciato la visita su Facebook e quelli si sono spostati. Mica vivono nell’età della pietra. Sui social ci sono». L’ex Manifattura rappresenta una sfida da vincere a tutti i costi. Il riscatto della politica e la capacità di riavvicinarsi ai cittadini passano dalla riconversione di questo complesso di archeologia industriale. Quaranta milioni di investimenti per creare il campus del Cnr, un job center, area dedicata al fast food, stazione dei Carabinieri, giardino attrezzato, incubatore di impresa. Quando lo racconti al capannello di curiosi improvvisati ti senti rispondere. «Sei sicuro? Vattin, va. Vai a vedere che succede lì. Altro che campus».
Leggende o realtà? - Già che succede? Lavori a rilento o non ancora iniziati. Un centinaio di operatori nel mercato per 300 postazioni (se la visitassero i Nas, forse, chiuderebbero gran parte dei box aperti), un «custode indipendente» che prende possesso della struttura dopo gli orari canonici e si trasforma in padre-padrone. E poi quei racconti tra verità, leggende metropolitane, chiacchiere da bar sulle saracinesche abbassate. «Chiedetevi chi utilizza quei locali». «Ma se non sono assegnati….». «Giovane, ma tu credi ancora alla Befana? Vai a vedere cosa c’è all’interno. Se ci riesci. Ricordati però che anche quelli leggono i giornali e può andare a finire come gli ambulanti illegali: tutto può sparire». «Quelli» sono gli esattori che bussano ogni mese a danari. Trenta euro al mese per non avere fastidi, sussurrano da queste parti. «Quelli» sono i gestori del gran bazar della ricettazione, in grado di trasformare i box in depositi illegali e volanti.
Verità, leggende metropolitane, chiacchiere da bar. L’intreccio avvolge i personaggi del quartiere, diventa una seconda pelle, ne esalta il lato peggiore. «Vedi quello? Fa il ricettatore e abita in un locale al piano terra. Tre volte ha avuto la casa popolare e per tre volte l’ha venduta. Ora è di nuovo in graduatoria». Come si fa a vendere una casa popolare, rimane un mistero. «Vedi quell’appartamento in via Bovio? Lo avevano affittato ai somali. Dentro erano in 25. Tutti legalmente residenti nello stesso posto». Come si fa a risiedere nella stessa abitazione in 25, rimane un mistero.

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