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Scrittore barese Carofiglio per la ricerca contro il cancro

Scrittore barese Carofiglio per la ricerca contro il cancro
di CARMELA FORMICOLA
«La solidarietà non è elemosina ma dignità per tutti». «Penso che ci siano poche cose che diano significato come il comportamento di altruismo maturo»

15 Maggio 2009

di CARMELA FORMICOLA 

BARI - Scrittore amato in mezzo mondo, già magistrato, è oggi testimonial dell’importante campagna di sensibilizzazione sui lasciti testamentari dell’Associazione e della Fondazione italiane per la ricerca sul cancro. Gianrico Carofiglio, barese, 48 anni, ha scelto una frase di Bertrand Russel per illustrare la sua intuizione di solidarietà. 

«L’uomo felice non si sente separato da coloro che verranno dopo di lui»: perché Russel? «È un libro che ho letto quando ero ragazzo, in quei periodi dell’adolescenza avanzata in cui credi di essere infelice. È un libro che può insegnare molte cose, non solo sulla felicità. Russel ammise di averlo scritto per contrastare la sua infelicità». 

Il suo messaggio, viceversa, è sulla felicità dell’esistenza, in ogni caso. «Il tema è il senso dell’esistenza che deriva dal senso dell’esistenza in comune, l’esistenza degli altri. La percezione è quella di una comunità orizzontale, quelli che sono adesso, ma anche di comunità verticale, chi c’era prima, chi ci sarà dopo. È un’idea che mi piaceva allora e che mi piace adesso». 

È la sua idea dell’«altro»? «C’è anche un gran bel libro scritto da Viktor E. Frankl, lo psicanalista austriaco, scampato ai campi di concetramento. Lui elabora la sua pratica terapeutica proprio sulla base dell’esperienza nel lager, e spiega come il metodo si basi proprio sulla capacità di comprendere gli altri».

In termini evangelici si dice «ama il prossimo tuo». «Sì, è un concetto di grandiosa intensità». 

Parliamo di questa campagna di sensibilizzazione. «Penso che ci siano poche cose che diano significato come il comportamento di altruismo maturo». 

Cosa c’entra tutto questo con «l’uomo felice»? «Un modo per essere felici è fare bene le cose. È un principio che troviamo nelle forme migliori della cultura occidentale, ma anche nella filosofia orientale, lo zen, ad esempio. Il senso del futuro di una comunità ha radici nel suo presente migliore». 

Parliamo della «solidarietà». A giorni, al Salone del Libro di Torino, terrà una lezione sulla «manutenzione delle parole». Non crede che per quanto sia stata consumata, «solidarietà» sia una parola che ha bisogno di un po’ di manutenzione? «Beh, sì, è una parola della quale si è fatto spesso un uso sbagliato. Va recuperato il suo valore, va riutilizzata con una maggiore consapevole zza». Ad esempio? «Ad esempio capendo che la solidarietà non è l’elemosina». 

Cosa è, dunque? «È la percezione della dignità uguale per tutti. È l’idea di una società giusta, di un mondo giusto. Il senso sano della solidarietà non è compatimento, ma è giustizia, equità». 

A giudicare da quello che sta avvenendo negli ultimi tempi nel Paese, sembra che siamo ben lontani da questo tipo di solidarietà. Pensiamo all’immigrazione... «No, certo, se prendiamo un tema come l’immigrazione non sembriamo affatto un Paese solidale. Siamo piuttosto un Paese in cui alcuni umori cattivi si condensano in alcune parti politiche, che in modo animoso affrontano l’immigrazione come la rappresentazione di tutte le loro paure». 

Un Paese il cui premier ha dichiarato: «Non vogliamo una società multietnica». «Ho una notizia per il premier, una notizia che gli hanno già detto i vescovi: la società multietnica esiste già. Ma non decide lui, dire certe cose è la dimostrazione di un calcolo elettorale meschino e di una grande povertà elettorale».
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