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In Puglia e Basilicata

I «galantuomini» a Ceglie  tra XIX e XX secolo

I «galantuomini» a Ceglie  tra XIX e XX secolo
di AGATA SCARAFILO
Un lavoro di scavo quello di Vincenzo Gasparro che prende spunto da alcune vicissitudini della famiglia Chirulli, per imbattersi in problematiche sociali, economiche e culturali che hanno caratterizzato la storia di Ceglie in un periodo che va dal 1880 al 1930. Problemi storici che, ancora oggi, trovano sorprendenti elementi di attualità  

11 Maggio 2009

di AGATA SCARAFILO 

Attraverso centotrenta pagine di storia cittadina, Vincenzo Gasparro consegna al mondo culturale la sua ultima fatica letteraria dal titolo: «Una famiglia borghese - L’Italia dei galantuomini fino all’avvento delle camice nere». Un lavoro di scavo che prende spunto da alcune vicissitudini della famiglia Chirulli, per imbattersi in problematiche sociali, economiche e culturali che hanno caratterizzato la storia di Ceglie in un periodo che va dal 1880 al 1930. Problemi storici che, ancora oggi, trovano sorprendenti elementi di attualità tanto che l’autore arriva ad affermare che «la storia è maestra di vita, ma è una maestra senza allievi». 

Un lavoro frutto di una certosina ricerca favorita dalle fonti e documenti messi a disposizione dallo storico Michele Ciracì. Nel quadro democratico dell’Italia post-risorgimentale le alleanze politiche si formavano attorno al notabile del collegio elettorale che coalizzava attorno a sé i così chiamati «galantuomini». I galantuomini, fregiati del titolo di «don», erano in buona sostanza coloro che avevano una professione oltre che un tenore di vita che consentiva loro di distinguersi, in un periodo di povertà diffusa, per il loro abbigliamento elegante. Erano, infatti, connotati soprattutto per il loro soprabito (giamberga) e da qui derivava l’ulteriore distinzione tra «prime gianberghe», ossia la gente nuova, e «vecchie giamberghe», termine con il quale venivano identificati i signori discendenti da antichi casati. 

Così, l’impegno politico e sociale dei fratelli Chirulli, prime giamberghe, diventano per Gasparro il canale privilegiato attraverso il quale far emergere la spietata condizione di classe durata fino ai primi anni del secondo dopoguerra. L’autore non manca, infatti, di parlare di una classe agraria particolarmente arretrata e di tutti quei casi di lotta di classe segnati dal sangue. Gasparro racconta di signorotti che si appostavano sul «Monterrone» per sparare a contadini che tornavano dalle campagne. 

L’azione sociale dei Chirulli, famiglia borghese, si concretizzò nella organizzazione e direzione della «Società di Mutuo Soccorso», dove i membri potevano trovare sostegno ed assistenza. Non meno interessante è l’attenzione che l’autore riserva alla cultura religiosa di un’epoca che sulla questione temporale e spirituale ha innestato dibattiti e polemiche. Insomma Vincenzo Gasparro, che è stato addirittura indicato tra le voci più rappresentative del secondo '900 dal «Dizionario ragionato degli scrittori italiani del '900», coinvolge il lettore con una narrazione dei fatti, divisa in 63 capitoli, che fanno scorgere il tratto della penna di un «maestro » che non poteva, riportando le parole dell’ultimo documento di Pietro Chirulli, non elevare un alto inno alla scuola, prima arma di civiltà e di progresso.
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