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In Puglia e Basilicata

Riscatto da 30 milioni per il Buccaneer

Riscatto da 30 milioni per il Buccaneer
di MARISTELLA MASSARI 
La voce della richiesta circola in queste ore negli ambienti diplomatici. A trattare per il rilascio degli ostaggi (tra loro due marinai del Barese) ancora in mano ai pirati dall'undici aprile scorso, non sarebbero in maniera diretta le autorità italiane, ma quelle della regione autonoma del Puntland. Il presidente del Puntland, Abdurahaman Farole, ha offerto all'Italia la disponibilità ad un blitz militare per liberare gli ostaggi. La Farnesina ha rifiutato con decisione. Da qualche giorno, però, nelle acque del Golfo di Aden, oltre alla fregata Maestrale, c’è anche l'unità anfibia San Giorgio. La nave potrebbe aver imbarcato (nessuna conferma ufficiale) un'aliquota di incursori del Comsubin, i «navy seals» della Marina italiana

07 Maggio 2009

TARANTO - Trenta milioni di dollari per liberare l’equipaggio del Buccaneer. La voce della richiesta circola in queste ore negli ambienti diplomatici. A trattare per il rilascio degli ostaggi ancora in mano ai pirati dall’undici aprile scorso, non sarebbero in maniera diretta le autorità italiane, ma quelle della regione autonoma del Puntland. L’interlocutore dei somali è il numero due del gruppo che ha sequestrato il rimorchiatore italiano. Omar Baqalyo, braccio destro del leader Ali Dhgalbha, soprannominato “orecchio di leone” ai cui ordini rispondono i pirati che assaltarono il Buccaneer, avrebbe avanzato la richiesta un paio di giorni fa, specificando pure che sarebbe disposto a trattare. La cifra, infatti, sempre secondo le informazioni giunte dalla Somalia attraverso canali diplomatici non ufficiali, potrebbe scendere considerevolmente. 

L’apertura potrebbe essere il frutto della recente missione diplomatica compiuta il 3 maggio scorso dal sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver. Il presidente del Puntland, Abdurahaman Farole, offrì in quella occasione all’Italia la disponibilità ad un blitz militare per liberare gli ostaggi. La Farnesina rifiutò con decisione. 

Da qualche giorno, però, nelle acque del Golfo di Aden, oltre alla fregata Maestrale, c’è anche l’unità anfibia San Giorgio. La nave potrebbe aver imbarcato (nessuna conferma ufficiale) un’aliquota di incursori del Comsubin, i «navy seals» della Marina italiana. Di loro si sa poco o nulla. A partire dal numero degli uomini (solo uomini, perché le donne non sono ammesse nei corpi speciali). 

Sconosciute sono anche le identità di chi arriva alla consegna del mitico basco verde. Per indossarlo bisogna superare una serie di prove fisiche massacranti. L’addestramento dura quasi un anno e si svolge nella base del Varignano, a La Spezia. Negli ultimi anni gli incursori sono intervenuti in Libano, in Golfo Persico, Somalia, Albania, Ruanda. Hanno svolto per lo più compiti di pattugliamento, controllo, scorta, guidato i team ispettivi a bordo dei mercantili durante l’embargo dell’Onu contro l’Iran e la ex Jugoslavia. 

Lo scenario della Somalia è diverso. Se mai ci sarà un blitz per la liberazione degli ostaggi, ipotesi remota, ma per la quale «i nostri militari sono sempre pronti», come dichiarò la scorsa settimana il comandante della Squadra Navale, l’ammiraglio Binelli Mantelli, si tratterà di portare un attacco costiero, giocando sul fattore sorpresa. Lanciarsi in caduta libera da diecimila piedi, nuotare di notte sott’acqua per chilometri, navigare su un gommone per cento miglia, attaccare un obiettivo ed essere recuperati. Sono elementi tipici di una missione degli uomini del Comsubin, un’esperienza che per molti è possibile provare solo leggendo un libro.
MARISTELLA MASSARI
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