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«Potevamo salvare Moro l'Anello lo fece morire»

«Potevamo salvare Moro l'Anello lo fece morire»
Giovanni Maria Pedroni, classe 1927, partigiano a Trieste, illustre chirurgo conosciuto in tutto il mondo, parla pubblicamente di questa misteriosa struttura di 007 chiamata l'Anello e che, politicamente, sarebbe stata guidata da Giulio Andreotti. Da pochi giorni è uscito un libro-inchiesta
• Tutto è nato dal ritrovamento da parte del prof. barese Aldo Giannuli di un deposito di carte degli Affari Riservati sulla via Appia, a Roma

03 Maggio 2009

ROMA - «Sì guardi, Titta mi definiva “il medico dell’Anello”. Curai Padre Zucca, il rude “cappellano” del servizio segreto clandestino, ma anche Adalberto Titta, il capo operativo. Diciamo che sono stato proprio il medico de l'Anello». Giovanni Maria Pedroni, classe 1927, partigiano a Trieste, illustre chirurgo conosciuto in tutto il mondo, è quanto di più lontano si possa immaginare da un uomo capace di dare notizie di primamano sul mondo occulto dei servizi segreti ma è anche l’unico, il primo, a parlare pubblicamente di questa struttura su cui da pochi giorni è uscito un libro-inchiesta che Pedroni ha appena finito di leggere. «Tutto esatto», dice. 

«Si legge come un romanzo ma è così che sono andate le cose. La gente comune non lo sa quanti fatti sono accaduti in Italia, come sono effettivamente andate certe cose. Pensa che si tratti di romanzi. Non è così. Anzi... », quasi a sottintendere che c'è ben altro ma che non è il caso di insistere. «L'Anello – aggiunge – avrebbe potuto liberare molto facilmente Aldo Moro, fece fuggire Herbert Kappler, l’uomo delle Fosse Ardeatine per superiori esigenze di Stato, intervenne direttamente nella vicenda Cirillo», dice parlando solo di alcuni dei temi toccati del volume edito da Chiarelettere, «L'Anello della Repubblica» , scritto da Stefania Limiti. 

Pedroni parla chiaro e senza remore: fu proprio lui a visitare, mentre tutta l’Italia lo cercava, Herbert Kappler in fuga nell’a gosto del '77. Lui ha ricevuto dirette confidenze da Padre Zucca e da Adalberto Titta, l’ex asso dell’aviazione di Salò divenuto il capo operativo della struttura. 

Suadente, gentile, Pedroni snocciola dati e denuncia la «grande ipocrisia politica » che pesa ancora su tutta la vicenda visto che il servizio clandestino inizia la sua vita nell’immediato dopoguerra e attraversa tutta la storia dell’Italia Repubblicana: «C'è una sacco di gente che sa di queste cose; soprattutto a livello politico. L’Anello era una struttura operativa che era riconosciuta ufficialmente dal governo. Il Viminale sapeva tutto. Tanti politici sapevano. Con una struttura segreta si potevano ottenere certi risultati senza che nessuno si scottasse le mani: questo era il compito dell’Anello. Ho sentito Padre Zucca chiamare al telefono, dalla mia clinica, ministri e sottosegretari e come scattavano. Ah, se scattavano. Era un ometto veramente particolare Padre Zucca». 

Molti indizi portano a Giulio Andreotti, lei che ne dice? «Se Andreotti parlasse veramente della sua vita crollerebbero le mura di Gerico». Il servizio, diciamo, era stato fondato da un israeliano, Otimsky, «una persona anziana che mandava avanti operativamente le cose ma era politicamente nelle mani di Giulio Andreotti ». A Pedroni sta a cuore soprattutto il capitolo Moro. «Noi – scandisce – potevamo liberarlo, tranquillamente, senza problemi. La politica ci ha sbarrato la strada affinchè non intervenissimo. C'era un ordine superiore di non intervenire, e potevamo farlo. Moro d’altra parte se l’è proprio cercata. Nel 1962, a Napoli, vara il centro sinistra per isolare i comunisti e nel 1978 li porta al governo?! Un dato è certo: alle cancellerie internazionali Moro non piaceva per nulla; Kissinger non lo poteva vedere. Aveva espressioni durissime per Moro che dava fastidio in Italia ma anche all’estero. Si scelse di non intervenire, lasciando le cose al loro destino. Lasciando che Moro venisse ucciso. Chi fa fuori Moro? Le Br? Mah... Non lo so», aggiungendo dubbi a dubbi sull'ultimo atto dei 55 giorni. Una cosa è certa – dice – «dopo quello stop imposto all’Anello tutto si è fermato. Padre Zucca no e propose un ingentissimo riscatto per salvare Moro ma da solo non poteva nulla. Avrebbe potuto far molto se avesse potuto utilizzare la longa manus de l'Anello. Zucca sapeva benissimo questo ma cercò lo stesso di darsi da fare. Andreotti era contro. C'erano i soldi ma non poterono far nulla. Si è deciso di lasciare morire Moro: le ragioni e il perchè riguardano però la politica». Ancora tutta da raccontare? 

«Ancora. Moro fu lasciato morire. Questo lo sanno tutti. E nessuno parla», replica il Professore. E Pedroni conferma tutto anche sul ruolo giocato dal servizio clandestino nel rapimento Cirillo. «Titta parlò più volte in carcere con Cutolo. Anzi il Sisde e il Sismi si misero da parte per chiamare proprio l’Anello. Ad Ascoli Piceno Titta prende Cutolo dal carcere e lo porta fuori, a Napoli, e si arriva ad un accordo. Quando si stava per concludere l’intesa con i brigatisti e sembrava tutto fatto ecco sbucare fuori all’improvviso polizia e carabinieri e quelli lì, i brigatisti, schizzano via e quasi li acchiappano. È stata una cosa particolare: un contesto politico... Sa...». Paolo Cucchiarelli-Ansa
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