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In Puglia e Basilicata

Mesagne, nessun aiuto a chi ospita terremotati

Mesagne, nessun aiuto a chi ospita terremotati
di GIUSEPPE FLORIO
Ci si aspettava più solidarietà dagli amministratori. Solo qualche privato ha risposto all’appello per garantire un momento di serenità dopo il dramma. Le promesse (non mantenute) di un assessore comunale: «Ne parlo domani durante la riunione di giunta. Non costerà molto autotassarci, anche con un cifra simbolica. Cinquanta euro in meno non peseranno alle tasche di un amministratore»
• Una ragazza brindisina con il papa tra le macerie dell'Aquila

29 Aprile 2009

di GIUSEPPE FLORIO 

MESAGNE - A margine della tragedia del terremoto che ha colpito l’Abruzzo, una storia minima che disvela, come spesso accade, verità molto più grandi. Maurizio Greco è un lavoratore socialmente utile impiegato nel comune di Mesagne per la raccolta dei rifiuti. Essere un Lsu, come si dice con un acronimo che non ne spiega le difficoltà, significa precarietà, mancanza di diritti acquisiti, e uno stipendio che non supera mai gli ottocento euro. Se poi si ha pure famiglia, una moglie e tre figli di cui uno ancora in crescita, allora tutto diventa più difficile. Maurizio ha un maschio diciottenne che, per sfuggire alle grinfie di una condizione familiare difficile, si dà un gran daffare: lavora quando gliene danno la possibilità e prepara concorsi per accedere alla vita mil itare. Uno di questi concorsi l’ha condotto fino a L’Aquila, quando il capoluogo abruzzese era ignaro del cataclisma che lo avrebbe flagellato. Il ragazzo, per stare su con le spese, alloggia a casa di una donna del posto, gentile e premurosa: costei era stata sposata a Mesagne, poi separatasi aveva fatto ritorno alla città natale, portando con sé il figlio di quasi nove anni. Qualche mese dopo, il terremoto, cesura tra la routine ed il caos. La donna perde la casa, il lavoro, alcuni affetti, è allo sbando come migliaia di altri sfollati. Maurizio e la moglie, affranti da quanto accade, decidono di rendersi utili e pregano la povera madre di famiglia di raggiungerli a Mesagne. Ospiteranno lei ed il suo bambino: «Dove mangia una famiglia, può mangiarne un’altra», è il motto che li supporta. 

Ma a supportarli nella cittadina messapica c’è qualche altra persona di buona volontà: Carlo Mitrugno, presidente della Caritas, si fa carico di reperire i generi di prima necessità. Scaricherà «un’auto piena zeppa di viveri», come chioserà chi lo ha visto prodigarsi. E poi, il titolare del negozio di calzature “Pici pici”, e la commerciante comunemente conosciuta come “la bustaia”, o Salvatore Mitrugno proprietario di un esercizio commerciale di stoffe: ciascuno ha dato qualcosa, ciò che poteva o non poteva dare, indumenti, coperte, calzature, intimo. Insieme con Maurizio e la sua generosa famiglia, una prova collettiva di gen erosità. Negli stessi giorni, enti ed istituzioni si affannavano a raccogliere fondi da inviare in Abruzzo, cimentandosi per l’occasione a stilare pelosi comunicati stampa che ne annunciavano l’iniziativa. Quando Maurizio ha provato a suggerire ad un assessore in carica che si poteva aiutare direttamente la donna che egli ospitava, e cioè che un pezzo d’Abruzzo era già a Mesagne, la risposta è stata: «Ne parlo domani durante la riunione di giunta. Non costerà molto autotassarci, anche con un cifra simbolica. Cinquanta euro in meno non peseranno alle tasche di un amministratore». Come era facile immaginare, alla donna non è stato erogato alcun contributo, spontaneo o straordinario. La signora tornerà tra una ventina di giorni, dopo aver sbrigato a L’Aquila le pratiche necessarie, potendo contare su molta gente semplice e su nessun altro. Una storia di mancata solidarietà che deve far riflettere.
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