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In Puglia e Basilicata

Bari, scene di eros e guerra  nella Peucezia greca

Bari, scene di eros e guerra  nella Peucezia greca
di GIACOMO ANNIBALDIS 
S’inaugura, presso Palazzo Simi, la mostra «Scene del mito in Peucezia: ceramica greca da Monte Sannace». La piccola esposizione curata da Angela Ciancio, direttrice del Museo archeologico di Gioia, intende offrire un assaggio di ciò che Thuriae fu dal VII al III secolo a. C. e sulla capacità della società peucezia di far propria la civiltà ellenica
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23 Aprile 2009

di GIACOMO ANNIBALDIS 

Molti la chiamano ancora «la città senza nome». Ma ormai per gli studiosi è Thuriae: il grande insediamento ar cheologico che si stende sulla collina di Monte Sannace a pochi chilometri da Gioia del Colle. Su quella che doveva essere l’acropoli, grandi tombe principesche, affrescate, case ellenistiche e strutture cultuali lasciano intravedere l’importanza che que sta cittadina ebbe nella Peucezia - l’antica Terra di Bari - tra il VI e il III secolo a. C. La «polis» si espandeva anche nella valle con agglomerati di case, di botteghe e una grande cinta muraria la cui porta era «di traverso» come le omeriche Porte Scee di Troia. Monte Sannace è ora uno dei più rilevanti parchi archeologici della Puglia e i suoi reperti sono cu stoditi prevalentemente nel castello di Gioia del Col le. Per richiamare l’attenzione su questo patrimonio del nostro passato, oggi - per la «Settimana della Cultura» - s’inaugura a Bari, presso Palazzo Simi, la mostra «Scene del mito in Peucezia: ceramica greca da Monte Sannace». 

La piccola esposizione curata da Angela Ciancio, direttrice del Museo archeologico di Gioia, intende offrire un assaggio di ciò che Thuriae fu dal VII al III secolo a. C. mostrando solo alcuni reperti, ma molto indicativi, sulla capacità della società peucezia di far propria la civiltà ellenica, attraverso i traffici commerciali e l’assimilazione della cultura e dello stile di vita dell’élite greca. A conferma di ciò basterebbe il grande cratere ritrovato nel 2003 sull’acropoli. Il vaso figurato, im portato dalla greca Corinto, era un segnacolo esterno di una tomba principesca. Narra un dramma eroico di morte e resurrezione, prefigurazione della im mortalità che si auspicava al defunto, vale a dire il duello tra Achille e Mémnone. L’eroe etiope figlio dell’Aurora era accorso in aiuto del re Priamo contro le schiere greche, dopo la scomparsa di Ettore; e sotto le mura di Troia trovò la sua morte per mano dell’invincibile figlio della dea Teti. La scena mostra il guerriero soccombere alla furia di Achille, dal suo petto sgorga copioso il sangue. Alle spalle dei due eroi stanno la dee-madri: assistono alla lotta dai rispettivi cocchi, ben sapendo quale sarà l’esito. Zeus, padre degli dei, supplicato da ambedue, aveva pesato i destini dei due eroi sulla bilancia del Fato, e il piatto di Mémnone era andato giù; perciò Aurora si copre il volto con il mantello, in segno di dolore. E tuttavia sa anche che la morte del figlio non sarà eterna, perché Zeus le ha assicurato che risorgerà a vita immortale. Dalle sue ceneri rinasceranno gli uccelli detti «memnonidi»: che svolazzano sul vaso. 
vaso peucetico di Gioia del colle
Nell’altro lato del cratere un gruppo di fanciulle cantano il mito benaugurante per l’aldilà: a gruppi di tre, avvolte da ampi mantelli, le ragazze si esibiscono in una danza corale, ai comandi di una guida, un anziano munito di lancia. Il cratere è attribuito al «Pittore di Memnon»; ed è eccezionale per rarità. All’intepretazione funeraria del mito - soggiunge Angela Ciancio - si accosterebbe un’altra, forse meno esplicita eppure ormai accolta dagli studiosi, in chiave di propaganda politica: la civiltà greca, con la vittoria del suo eroe Achille, ha il sopravvento su quella indigena impersonata dall’etiope Mémnone. D’altronde che la Peucezia su bisse copiosamente gli influssi della cultura ellenica - anche grazie alla vicinanza delle città magno-greche di Taranto e Metaponto - è testimoniato da molteplici reperti. Un altro cratere, sempre importato da Co rinto nel VI secolo, mostra anch’esso una danza rituale. Giovani «comasti», con una attillata mise che rigonfia comicamente i loro glutei, danzano in onore del dio Dioniso (due brandiscono il corno potorio, la coppa dell’ebbrezza). Mentre nell’altro lato del vaso si dipana il corteo di tre cavalieri, muniti di tridente. 

Nella mostra, a titolo indicativo, vengono esibite anche terraglie di uso quotidiano, corredi ceramici di tombe, elmi ed armi, grandi vasi raffiguranti fatiche di Eracle e anche elementi fittili dell’edilizia cultuale (una antefissa con la faccia di Gorgone che mostra la linguaccia apotropaica; un cornicione or namentale che raffigura un unicorno azzannato da due grifoni). Alla sfera dionisiaca appartiene la bellissima testa di Sileno scolpita nell’avorio. Doveva essere un’ap plique di un divanetto, e fu probabilmente - per la sua preziosità - riutilizzato come grosso pendaglio. E sempre al corteo dionisiaco si riferisce una nacchera in osso. Nel 2003 fu rinvenuta a Monte Sannace una placchetta bronzea raffigurante il dio orgiastico «na to due volte» che offre il suo cantaro colmo di vino e i tralci di vite a una Menade che si avvinghia di menandosi in una entusiastica danza. Nella regione japigia il culto di Dioniso era oltremodo diffuso. E fu molto temuto dai dominatori romani, che provvidero agli inizi del II secolo a stroncarlo con una per secuzione religiosa molto sanguinosa. Ma quando ciò avvenne, l’antica Thuriae viveva già il suo precipitoso declino. L’abbandono - ancora un mistero - fu probabilmente legato alle cruente guerre tra Roma e Annibale della fine del III secolo a. C.
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