Giovedì 18 Agosto 2022 | 22:06

In Puglia e Basilicata

Un topo ha bloccato  mezzo Petrolchimico

Un topo ha bloccato  mezzo Petrolchimico
di VINCENZO SPARVIERO
Il «mistero» delle sfiammate che si susseguono dal luglio scorso nell'impianto di Brindisi al centro di un’inchiesta. Qualche mese fa sempre ad un topo fu scaricata la responsabilità di una serie di black-out a Trani. La domanda sorge spontanea: è sempre lo stesso roditore o per la Puglia vaga un commando di topi sabotatori?
• Cause diverse ma rischio uguale
• A Brindisi ci si chiede: «Ma che cosa brucia?»

17 Aprile 2009

di VINCENZO SPARVIERO 

Che i topi spaventassero gli elefanti è fin troppo risaputo. E passi anche che una montagna partorisca un... topolino. Ma che un ratto potesse mandare in tilt un colosso come il Petrolchimico, in pochi lo avrebbe mai potuto immaginare. Eppure, per giustificare il black out alla base di una delle tante sfiammate delle torce di sicurezza del mega- impianto alle porte della città, i tecnici dello stabilimento hanno fatto riferimento proprio ad un topo che ha combinato un casino in un cabina elettrica di ultima generazione provocando «un corto circuito che ha bloccato alcuni impianti ubicati nell’area dello stabilimento», è scritto negli atti che ora sono all’esame del sostituto procuratore Antonio Negro. Il magistrato ha deciso di vederci chiaro e non potendo indagare sul topo, presumibilmente morto durante la «passeggiata» tra i cavi scoperti della cabina, ha aperto un fascicolo contro ignoti sulla base di un dettagliato esposto presentato dal presidente della Provincia Michele Errico al quale si sono aggiunte almeno una ventina di segnalazioni di semplici cittadini «terrorizzati» dall’idea che i fumi di quelle torce potessero aggravare ancor più una situazione ambientale che definire ad alto rischio appare un eufemismo. 
Il petrolchimico di Brindisi, pianta
Dalla scorsa estate ad oggi è stato tutto un susseguirsi di sfiammate. I bene informati parlano di almeno una trentina di casi: tutti più o meno giustificati dai tecnici del Petrolchimico. Si tratta, a loro dire, di procedure di sicurezza in quanto le fiamme bruciano eventuali sostanze dannose. Sarà proprio così? Questo stanno cercando di accertare gli investigatori della Digos, che hanno già acquisito una notevole documentazione che dalla prossima settimana potrebbe essere esaminata dal perito incaricato dalla Procura. Sarebbero stati anche prelevati alcuni campioni dai terreni circostanti per cercare di completare un fascicolo di indagine che - per il momento - è a carico di ignoti. Quello che appare strano, agli occhi «interessati» dei brindisini costretti a convivere con impianti altamente inquinanti, è che le «sfiammate» avvengono o nei giorni di festa o a ridosso degli stessi.
Capitò, ad esempio, la sera della festa di San Teodoro. Al porto «sparavano» i fuochi, poco più in là «sparavano» i... fumi. Poi, sebbene esista una protocollo per far circolare le informazioni, nessuno si sarebbe mai preoccupato di attivarlo a dovere. Vale a dire, gli addetti alla sicurezza del Petrolchimico avrebbero dovuto tempestivamente informare la Prefettura che a sua volta avrebbe poi potuto chiedere l’intervento della Protezione civile e dei vigili del fuoco e attivare le procedure che avrebbero consentito - in tempo reale - di effettuare i rilievi. Tutto questo non sempre sarebbe avvenuto. Il perchè qualcuno dovrà spiegarlo in Procura. I tecnici del Petrolchimico, comunque, hanno una spiegazione per tutto. Hanno giustificato l’avvenuto alla commissione nominata dal presidente della Provincia e formata dal presidente stesso, dall’assessore Antonio Gennari, da Annamaria Attolini, Danilo Urso, Micaela Faieta, Angelo Semeraro, Stefania Leone e Danilo Morciano. Si tratta di esperti e di componenti le principali commissioni anche nazionali che si occupano di ambiente. 

«Le sfiammate - per i tecnici del Petrolchimico della società Polimeri Europa, Basell ed Enipower - rappresentano un «normale sistema di sicurezza» che si attiva in determinate condizioni come il blocco degli impianti. Il problema è che la commissione provinciale, preso atto dell’accaduto, ha riscontrato «assenza di sistemi di controllo efficaci per monitorare la concentrazione delle sostanza in ingresso alla torcia e i gas risultanti dalla combustione emessi in atmosfera»: cosa che avviene sistematicamente all’impianto di Porto Marghera. Ma non è tutto. Assente anche un «efficace sistema di controllo e monitoraggio interno aziendale per la verifica delle ricadute al suolo delle concentrazioni inquinanti derivanti dalla combustione in torcia» e «assenza in torcia di sistemi di rilevazione della temperatura nell’affluente gassoso ed anche un analizzatore per la misurazioone e la registrazione in continuo dell’ossigeno libero e del monossido di carbonio». Eppoi, la commissione ha anche sottolineato che «non è stata allertata l’Arpa» e quindi «non è stato possibile rilevare e misurare con mezzi mobili l’incremento dlele concentrazioni degli inquinanti correrabili all’evento». 

A Napoli direbbero «chi ha avuto, ha avuto, ha avuto... scurdammonce ‘o passato». Il problema è che anche per il futuro, al momento, è stato fatto ben poco. Sarà perchè l’impianto brindisino è obsoleto. Sarà altro? Lo stabilirà la perizia: questa, almeno, è la speranza dei brindisini che si ritrovano la loro città ad un pugno di chilometri da una zona estesa 500 ettari ed identificata dal ministero come «Sit» (sito di interesse nazionale) ancora tutta da bonificare. E proprio nel bel mezzo di quest’area - compresa tra la zona industriale e la centrale di Cerano - il cielo è illuminato dalle «sfiammate» della torcia. Possono i brindisini considerare il «fenomeno» solo un «romantico rogo» che illumina il cielo? Oppure non dormono la notte al solo pensiero che un’altra bomba ecologica si stia abbattendo sulle loro teste?
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725