Mercoledì 17 Agosto 2022 | 07:25

In Puglia e Basilicata

La tappa/Da Bari a Brindisi sulla goletta di San Nicola

La tappa/Da Bari a Brindisi sulla goletta di San Nicola
di ENRICA SIMONETTI
In pieno giorno, verso Brindisi, ci allontaniamo dalla terraferma: il comandante di “Ideadue”, la goletta a vela che ci sta portando sulle tracce della traslazione di San Nicola (con il progetto di Vincenzo Catalano “Ex Oriente Lumen”, fortemente voluto dalla Basilica di San Nicola e sponsorizzato dalla Banca Popolare di Bari), ha deciso di attraversare in questo punto l’Adriatico e non più giù, nel canale d’Otranto, perché i venti ora sono favorevoli.

12 Aprile 2009

di ENRICA SIMONETTI








IN NAVIGAZIONE NEL MEDITERRANEO - Il tonfo di una cima di ormeggio in acqua è stato l’unico rumore: abbiamo lasciato una Bari silenziosa, mercoledì prima dell’alba. Buio. Davanti a noi il mare aperto, scuro, scurissimo e alle spalle la città addormentata, con le luci fredde delle strade e quelle più calde del castello svevo, della cattedrale, della Basilica. Tutti abbiamo guardato la sagoma aguzza del duomo di San Nicola, la chiesa che non esisteva ancora quando i 62 marinai partirono da Bari per Myra e ne tornarono con le ossa del patrono. Stiamo cominciando il loro stesso viaggio, ripercorrendo - 922 anni dopo - quel mare oggi così diverso e a tratti così uguale.
Di miglia in miglia, il cielo perde il nero e diventa violetto, poi blu. Il mare è piatto, illuminato qua e là dal faro di San Cataldo. Navighiamo costeggiando alla nostra destra, San Giorgio, Torre a Mare, poi Mola, Monopoli. Tutto sembra confuso e irriconoscibile per la foschia del mattino.






In pieno giorno, verso Brindisi, ci allontaniamo dalla terraferma: il comandante di “Ideadue”, la goletta a vela che ci sta portando sulle tracce della traslazione di San Nicola (con il progetto di Vincenzo Catalano “Ex Oriente Lumen”, fortemente voluto dalla Basilica di San Nicola e sponsorizzato dalla Banca Popolare di Bari), ha deciso di attraversare in questo punto l’Adriatico e non più giù, nel canale d’Otranto, perché i venti ora sono favorevoli. Le coste pugliesi adesso appaiono più sbiadite, distanti, ma si vede ancora per diverse miglia la torre della centrale di Cerano, altissima, imponente, con la sua colonna di fumo in cima.
Il presente, inspiegabilmente, ci riporta con il pensiero al passato. I marinai che nel 1087 affrontarono questa impresa dalla Puglia alla Turchia viaggiavano sulle “caracche”, le caravelle a remi che oggi vediamo riprodotte nei dipinti e nelle icone. Affrontavano il mare al buio, carichi di grano che andavano a vendere in Turchia, perché – come documentano le ricerche storiche – tra loro non c’erano solo uomini di mare, ma anche commercianti. E la stessa idea di prelevare le reliquie di Nicola, che a quei tempi era già famoso da Oriente a Occidente – secondo alcune tesi - nacque ad Antiochia, dove i 62 seppero dell’idea dei veneziani di portarsi a casa il corpo del santo. In questo mare che adesso ci circonda è impossibile ritrovare lo spirito di quel viaggio. Ci attorniano di tanto in tanto petroliere enormi, navi gasiere, e qua e là vediamo macchie immense di olio o cassette di polistirolo che viaggeranno intonse in questo mare ancora per chissà quanti decenni. Ma alle 19,30, dopo aver ammirato uno splendido tramonto, nel bel mezzo del canale d’Otranto, un evento ci riporta ai viaggi di un tempo: la canna da pesca alla traina che avevamo messo a poppa della barca, tira all’impazzata e sembra doversi spezzare. E’ un tonno di oltre 13 chili, lucido bellissimo, che irrompe a bordo. Segue la lotta dell’uomo, anzi della donna (la moglie del comandante) e quella del tonno per la sua sopravvivenza. Un’immagine crudele, fatta di sangue e coltelli, che i pescatori conoscono bene, tra l’altro “baciata” dal volo bassissimo di un uccello, che abbiamo sentito come segnale beneaugurale, così come del resto avvenne in coincidenza di uno dei miracoli nicolaiani. Quando cala la sera, immaginiamo davanti a noi le coste greche, che il radar ci segnala. Alle 22,30, nel buio, ci appare la luce del faro di Fano (Othoni) e dall’altro lato la luna piena. La radio di bordo rimanda ora voci greche e albanesi, un po’ gracchianti, un po’ confortanti nelle tenebre. A notte fonda, arriviamo all’isola di Erikoussa che qui chiamano anche Merlera e ci fermiamo nella baia tranquilla, con il mare che sembra olio e una chiesetta di fronte a noi arroccata sulla roccia. Domani, riprenderemo la navigazione verso Kerkira, Corfù, costeggiando Grecia e Albania e dirigendoci su un isolotto minuscolo ma per noi molto importante: Ayos Nikolaos, il nostro san Nicola.
 
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