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In Puglia e Basilicata

Brindisi, futuri infermieri sul piede di guerra

Brindisi, futuri infermieri sul piede di guerra
di VALERIA CORDELLA ARCANGELI
Non accettano di essere stati messi alla porta così, su due piedi. Di aver saputo, a giochi fatti, dell’intenzione dell’Università di Bari di trasferire baracca e burattini (corso e studenti) a Lecce. Contestano la scarsa considerazione mostrata nei loro confronti

04 Aprile 2009

di VALERIA CORDELLA ARCANGELI 

BRINDISI - Sono confusi. Preoccupati. A tratti, infuriati. Non accettano di essere stati messi alla porta così, su due piedi. Di aver saputo, a giochi fatti, dell’intenzione dell’Università di Bari di trasferire baracca e burattini (corso e studenti) a Lecce. Contestano oltre che i contenuti della decisione che li costringerà a fare i pendolari come e più di prima, pure la scarsa considerazione mostrata nei loro confronti. «Siamo in stato di agitazione», annunciano decisi. Ad avvicinarsi sono una ventina, chiedono di andare in classe. Assemblea straordinaria. Con la «Gazzetta». In pochi minuti diventano oltre cinquanta. Vogliono discutere. Capire. Uno inizia a parlare, l’altro prosegue, gli interventi giungono in ordine sparso da un capo all’altro dell’aula. Il pensiero è condiviso, sono un fronte unico, seri, determinati: «Da Bari qualcuno venga a spiegarci quello che accade. E, soprattutto, perché non si è provveduto prima ad assicurare a Brindisi il numero di docenti previsto dalla «270», stiamo parlando di una legge del 2004, non dell’altro ieri. Avevamo riposto piena fiducia in chi ci rappresenta a Bari. Al minimo allarme, ci sentivamo ripetere: “state tranquilli”. Ci sentiamo traditi». 

«Chiediamo che il sindaco Mennitti, che il presidente della Provincia Er rico e il manager della Asl Rollo, referenti dell’Università di Brindisi, loro che fin dall’inizio hanno creduto nel progetto del polo della conoscenza ed hanno fatto di tutto per ampliarne l’offerta formativa, ci dicano con franchezza che ne sarà di noi. Ciò che sappiamo lo abbiamo letto sui giornali». «Siamo stati invitati a partecipare all’incontro a Lecce che ha deciso le nostre sorti all’ultimo minuto, non una telefonata ma una mail, inviata alle 11 e la riunione era nel primo pomeriggio, mi pare molto grave», sostiene Enz o, rappresentante degli studenti. «Che significa lasciare nella sede universitaria appena venti studenti di fisioterapia lo comprendiamo tutti», commenta un’altra ragazza bionda, il cui nome viene inghiottito dal frastuono delle voci. 

Le fa eco Anita Sartorio. Laureata in Giurisprudenza, sta per ultimare il corso in Infermieristica nella speranza, forse, di avere maggiori occasioni di lavoro: «Infermieristica a Brindisi vanta una tradizione, una storia che risale al 1954. Azzerare tutto questo è un colpo basso alla città e al territorio. Noi, del corso infermieri siamo circa 180, i colleghi fiosioterapisti appena venti. Ecco, quanti studenti restano a Brindisi, proprio un bel risultato. In questa Asl si è lavorato tanto, per decenni, per radicare il corso di laurea per infermieri e questo “scippo” è il ringraziamento a tutti coloro che hanno profuso energie e competenze per rendere forte e solido il polo universitario sanitario brindisino». 

«Il polo universitario è stato svuotato lentamente - commenta ancora Enzo - e non mi si venga a dire che è un caso che tre corsi siano scomparsi in soli cinque anni ed ora la mannaia sul corso per infermieri. Un fiore all’occhiello. Non si vuole che a Brindisi esista l’Università. Non lo permetteremo. Ci batteremo con tutte le nostre forze». 
Antonietta Pinto irrompe: «Ho scelto Brindisi quale sede universitaria per motivi famigliari e lavorativi, come potrò fare? Non è giusto». 
È agguerrita Stefania Taliente di Ostuni: «La mattina mi alzo alle sei per arrivare in tempo a lezioni a Brindisi, per essere puntuale a Lecce, non potrò fare la pendolare, è evidente». 

Un gruppetto annuncia che, avendo ottenuto di frequentare il corso di laurea presso il Di Summa aderendo ad un bando di concorso, intende rivolgersi ad un legale per la tutela del propri diritti. Ida Marulli aderisce alla protesta per solidarietà: «Sto per ultimare gli studi, dovrei laurearmi nell’arco di pochi mesi, ma penso ai colleghi più giovani. Abbiamo rinunciato a tutto, pur di raggiungere l’obiettivo di diventare infermieri. Ci siamo detti: non fa niente se non abbiamo la mensa, basta un panino, poco male se non ci riconoscono riduzioni nei trasporti, se non possiamo usare i laboratori di informatica, sempre chiusi, se nonostante l’assenza di servizi, paghiamo le tasse universitarie fino all’ultimo centesimo, ciò che conta è arrivare preparati e qui siamo molto seguiti, abbiamo docenti, videoconferenza e tutor in gamba. Ci siamo accontentati e ci hanno tolto tutto».
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