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In Puglia e Basilicata

La storia di Bari sotto i suoi piedi

La storia di Bari sotto i suoi piedi
di GIACOMO ANNIBALDIS
La cattedrale di San Sabino svela le sue ricchezze nascoste: il bel pavimento a mosaico, con l’iscrizione di Timoteo (VI sec.). I resti romani, le ceramiche del XV sec. e il tempietto bizantino. E' possibile effettuare visite dal sabato al mercoledì 

03 Aprile 2009

di GIACOMO ANNIBALDIS 

Fiori e racemi incorniciano la «tavola iscritta» con la dedica al vescovo Andrea. Ma anche polpi e pesci, quasi a connotare la vocazione marinara di Bari anche nell’antichità tardo-antica. È il bel mosaico pavimentale del succorpo della cattedrale, ritornato allo splendore dopo un accurato restauro. La grande iscrizione in piccole tessere ricorda di essere un voto sciolto dal devoto Timoteo ed esprime la gioia della comunità cristiana barese espressa nel suo «antistite And rea». È questa una delle più antiche e al tempo stesso più rilevanti testimonianze della storia di Bari nel VI secolo. Riemersa negli anni Sessanta e poi celata, essa viene ora restituita alla città e ai visitatori grazie a un più complesso restauro di quasi tutto il succorpo della cattedrale, che ha messo in luce l’intatta basilica paleocristiana, sulla quale fu edificato il primo duomo, che venne nel 1156 distrutto dall’ira del normanno Guglielmo il Malo. Fu probabilmente l’abate Elia, il benedettino regista della traslazione dei resti di san Nicola, a voler innalzare il tempio nel XII secolo, quando divenne vescovo di Bari.

Si dice convinta di ciò Pina Belli D’Elia, la storica dell’arte che ha coordinato la musealizzazione del succorpo, e che ha guidato autorità e giornalisti alla prima visita del sacro sotterraneo (insieme a Emilia Pellegrino, che ha ideato e coordinato il progetto), illuminandone con competenza e passione la suggestiva struttura architettonica. In questa basilica paleocristiana l’abate Elia dovette rinvenire, miracolosamente - e strumentalmente - le ossa di san Sabino, trasportate poi nel duomo superiore (ma a una recente indagine scientifica si sono rivelate, in realtà i resti di due màrtiri, sempre canosini). Dell’antico edificio paleocristiano, liberato dai detriti, sono persistenti le tre navate e anche resti delle murature esterne, che conservano tracce di affreschi di santi bizantini. E sono riemersi in grandi lacerti - oltre al già detto ed esteso «mosaico di Timoteo» - i pavimenti, anch’essi mosaicati e a più strati, che i fedeli baresi calpestarono durante le liturgie, finché l’antica basilica fu adibita a sepolcreto, come consueto. Un grande sarcofago e tante tombe documentano questa destinazione. Nell’avello, come nel terriccio misto alle sepolture, gli archeologi di ieri e di oggi hanno trovato ciotole e ciotoline, ma anche piattini: databili dal XV al XVII secolo. 
scavi nella cattedrale di Bari di San Sabino
Solo una selezione del vasellame - ci informa l’archeologo Dario Ciminale, che ha collaborato agli scavi -, in gran parte in frammenti, è stato esposto in teche apposite. Si va dalla ceramica prodotta in loco, soprattutto quella definita «Bari- type», alla compendiaria, dalle porcellane faentine alla graffita di area padana, dalla maiolica e l’invetriata a quella marmorizzata di importazione veneta. Essa documenta anche la multiforme presenza nella Bari sforzesca di famiglie provenienti da Milano, da Ferrara, da Venezia... E la forma, unicamente ciotole, induce a credere che avessero una funzione funebre o votiva (destinate ad accogliere i ceri depositati nel succorpo accanto alle salme dei defunti?). Il restauro ha messo in luce anche le tracce della città romana: un lembo di strada basolata e grandi muri che inducono a credere nella preesistenza in questo luogo di un grande edificio civile, anch’esso con pavimento mosaicato, con una struttura absidale: un edificio degno della storia di Bari, divenuta già nel II secolo porto strategico per la difesa delle coste italiche dalla pirateria mediterranea. Un’ara romana - ci indica l’archeologa Maria Rosaria Depalo - con rosette a rilievo riaffiora da sotto un pilastro della navata centrale, mentre il pavimento a mosaico della basilica paleocristiana nascondeva - usata come basamento per le tessere - unalastra di marmo che si rivela un tassello importantissimo per capire la storia di Bari durante l’impero. È l’epigrafe dedicata a Lucio Gellio Primigenio, un augustale e liberto (schiavo liberato) che grazie alle sue ampie finanze si era rivelato un generoso benefattore per la città, che versava in evidente sofferenza economica. E il municipio di Barium gli aveva concesso - sotto la spinta del popolo acclamante - un «bisellium», vale a dire un posto d’onore per assistere agli spettacoli pubblici. Per ciò, commosso, il ricco liberto aveva stanziato altri 10 mila sesterzi (una donazione immensa) direttamente per il popolo. I baresi, in una gara di generosità, sollecitarono dunque i decurioni (il consiglio municipale) a innalzargli una statua sul cui piedistallo fu iscritta l’epigrafe (studiata da Marina Silvestrini e ora ben visibile). L’iscrizione è comunque un indizio rilevante della esistenza di un anfiteatro a Bari, o comunque di un luogo per l’esibizione spettacolare. Ora bisognerà trovarlo.

Intanto la musealizzazione del succorpo ha inglobato anche la chiesetta bizantina del IX secolo, scoperta all’esterno della Trulla anni fa (restaurata e presentata allora sotto una copertura vitrea, che non tardò a essere danneggiata dall’inciviltà dei baresi). Questa volta i criteri di tutela sono maggiori. Come anche strumenti tecnologici sono stati installati per preservare dalle muffe il grande «mosaico di Timoteo»: lampade germicide - sorride l’architetto Emilia Pellegrino - che si attiveranno solo durante la chiusura al pubblico del succorpo. Letali per muffe e per germi, che non potranno danneggiare come hanno finora fatto, il grande mosaico e i suoi emblematici «nodi di Salomone», raffigurati al centro e ai lati. L’aggrovigliato simbolo di Salomone si addice a questo succorpo, rinato per fornire risposte ai tanti quesiti riguardanti la cattedrale e la città («cantiere della conoscenza» è stato denominato il progetto di scavo e di musealizzazione), ma che, per ogni risposta data, altri misteri e domande sollecita. Che sarà, ad esempio, la nicchia riaffiorata nel vano d’ingresso con affreschi di croci fogliate e di un decaesaedrico disegno a spicchi: simbolo dell’empireo o anche una mistica «rosa dei venti »? Una «rosa dei venti» è raffigurata anche nella chiesa di Ognissanti di Cuti a Valenzano. 

scavi nella cattedrale di Bari di San Sabino
- Il succorpo è visitabile dal sabato al mercoledì, ore 9-12.30. È previsto un biglietto di ingresso. Per altri giorni e per visite di gruppo occorre prenotarsi: tf. 080.5210605.
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