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In Puglia e Basilicata

La Pet-tac fa male No, non è vero

La Pet-tac fa male No, non è vero
di VALERIA CORDELLA ARCANGELI 
A confronto due primari brindisini: Portaluri di Radioterapia e Scarano di Medicina nucleare. «La Risonanza magnetica senza raggi x può dare le stesse informazioni». «Se esiste il sospetto di un tumore il tempo è prezioso»

01 Aprile 2009

MAURIZIO PORTALURI Direttore di U. O. Radioterapia 

«Ogni anno in Italia sono oltre 54 milioni gli esami medici che utilizzano le radiazioni ionizzanti cioè le radiografie e le Tac. Circa uno ogni abitante. A questi si aggiungano 3 milioni di esami di medicina nucleare. Oltre le radiazioni che provengono dal suolo e dal cosmo, negli ultimi anni, la dose che si deposita nel nostro organismo a causa degli esami radiologici ha ormai raggiunto quella proveniente dalla natura. Una Tac dell’addome corrisponde a circa 500 radiografie del torace ed ad essa corrisponde un rischio di un tumore da raggi in più ogni mille esami. Gli esperti ritengono che negli ultimi anni il 10% dei tumori diagnosticati dipendano dalle radiazioni per uso medico. Purtroppo la consapevolezza di noi medici sul problema non è elevata ed ancor meno quella dei cittadini consumatori. Le leggi in materia ci sono. Un esame radiologico prima di essere eseguito deve essere “giustificato” ed essere effettuato in condizioni “ottimali”. 
Ciò vuol dire che non ne debba essere stato eseguito uno analogo da poco tempo, che non sia possibile eseguirne un altro in grado di fornire le stesse informazioni senza l’impie go delle radiazioni ionizzanti, che dopo l’esame richiesto il medico richiedente sappia bene cosa si farà sia in caso di esito negativo che positivo. La Regione Toscana ha approvato nel 2006 una legge con cui si impegna a far crescere la consapevolezza di cittadini e medici sull’argomento, realizzando anche le opportune verifiche e conducendo studi sulle dosi assorbite dai pazienti soprattutto bambini e adolescenti. 

La Confesercenti ha condotto un’inchiesta intitolata “100 casi di spreco in Sanità” dalla quale emerge che ospedali mai terminati, prescrizioni “a pioggia”, ricoveri ed esami inutili, scarso utilizzo della tecnologia, personale medico in esubero e paramedico insufficiente rappresentano alcuni dei fattori che hanno portato, nel corso del 2005, a sprecare risorse sanitarie per un totale di 17 miliardi e 400 milioni di euro (circa 100 milioni è il budget annuale del nostro servizio sanitario nazionale e 6 quello della sola Puglia). Una campagna di formazione e di informazione sui rischi da radiazioni ionizzanti per uso medico rappresenterebbe un atto dovuto oltre che per la salute collettiva anche per le casse della nostra sanità. Una campagna che dovrebbe andare di pari passo con quella sui farmaci e sui loro effetti collaterali e con quella sulla promozione delle tecniche di immagine che non usano le radiazioni ionizzanti come la Risonanza magnetica e gli ultrasuoni. 

Nella nostra regione in questi mesi si rincorrono le richieste, le pretese ed i contenziosi per la Pet-tac in tutte le province. I cittadini dovrebbero sapere che la Pet tac è un’indagine moderna in grado di dare risposte a due domande: se un tumore ha già dato metastasi quando è stato diagnosticato e se una lesione sospetta dopo le cure è un tumore o meno. Ma devono anche sapere che un esame di quel tipo corrisponde a circa 1400 radiografie del torace e che esiste già un’altra metodica la quale senza usare raggi x è in grado di darci le stesse informazioni della Pet-tac a costi sanitari ed economici di gran lunga inferiori. Si tratta della risonanza magnetica con diffusione total-body. Si avrebbe così anche l’enorme vantaggio di ridurre il rischio di cancro da radiazioni mediche. Si sa, per ridurre i tumori non servono tanto arance, azalee e uova di cioccolata ma meno inquinamento e meno radiazioni ionizzanti. Nella Puglia delle energie rinnovabili sarebbe davvero coerente e necessaria anche in sanità una scelta a favore di tecnologie diagnostiche in grado contrastare l’abuso delle radiazioni ionizzanti notoriamente in grado di provocare il cancro». 

BERNARDO SCARANO Direttore U. O. Medicina nucleare 

La Risonanza metterà nell’angolo la Pet tac? Secondo il primario di Radioterapia la Risonanza magnetica total body assicura i medesimi risultati della Pet Tac e non espone il paziente ai gravi rischi derivanti dall’eccesso di radiazioni ionizzanti. È anche la sua opinione? «È allarmismo. È molto pericoloso sostenere che la Risonanza a diffusione total-body (nulla a che vedere con la comune risonanza magnetica) possa sostituire la Pet-tac dal momento che l’esame di cui parla il dott. Portaluri non rientra allo stato in alcuna linea guida. Posta così la questione confonde il paziente e diffonde u n’informazione fuorviante. Ritengo che argomenti tanto delicati si debbano trattare con molta cautela. La mia preoccupazione è che con approcci poco prudenti si rischi di non interrompere mai i viaggi delle speranza. Perchè i pazienti, pur di sottoporsi alla Risonanza a diffusione total- body, senza radiazioni, si recheranno ingiustificatamente fuori regione, lamentandosi di non averla in “casa”». 

Si avverte un leggero brivido all’idea che una Pet-tac sia l’equivalente di 1400 radiografie al torace.... «Nella valutazione non si può prescindere da costi e benefici. Quando esiste il rischio di un tumore maligno o di metastasi il tempo è prez ioso. L’indagine Pet tac, se giustificata, al momento non ha concorrenti: è uno strumento importante e innovativo in campo oncologico, soprattutto per l’informazione metabolica fornita al clinico e quindi per impostare il piano terapeutico più appropriato. E viene applicata sempre più in quello cardiologico e neurologico proprio per la precocità delle informazioni che produce. Descrive con precisione le funzioni biologiche dell’organismo ed è, al momento, il miglior percorso diagnostico a tutela della salute del paziente. Si tratta di un’apparecchiatura che offre, come dicevo, un’indagine di tipo “funzionale”, cioè evidenzia non solo la presenza delle cellule tumorali, anche il loro metabolismo. Grazie ad immagini ad alta definizione anatomica localizza con estrema precisione le lesioni tumorali ed è in grado di rilevare e circoscrivere quelle parti con una maggiore attività maligna, favorendo così piani di trattamento radioterapici più accurati. Permette, inoltre, di monitorare nel tempo l’efficacia dei trattamenti terapeutici a cui il paziente è sottoposto, risparmiandogli procedure invasive come la biopsia». 

Rischi accettabili, dunque, se valutati in rapporto ai benefici. È realistico il timore di quanti denunciano un utilizzo non sempre appropriato di questa metodica, fino a sconfinare nell’abuso? Oppure ritiene che Portaluri sia allarmista anche in questo? «Concordo con il collega Portaluri sul fatto che talvolta si ecceda nella prescrizione di esami diagnostici strumentali non innocui. È un fenomeno di cui si parla da tempo. Che trova giustificazione in quella medicina difensiva che spesso caratterizza l’attività del medico, in modo più incisivo nel settore dell’emergenza, vale a dire nel Pronto soccorso. Mi riferisco al notevole incremento del contenzioso giudiziario in campo medico che apre il fianco alla medicina difensiva. Il professionista non è più libero nelle scelte diagnostiche e terapeutiche, è sempre più condizionato dalla necessità di evitare comportamenti che possano metterlo a rischio di denunce». 

Come avviene la scelta del medico? Cosa stabilisce l’appropriatezza di un accertamento strumentale? «Esistono due principi a cui il medico deve attenersi nel momento in cui prescrive un’indagine strumentale: giustificare e ottimizzare. Significa che l’esame deve sempre avere una valida giustificazione, ossia un grave sospetto diagnostico e che sia l’unica indagine possibile. Ottimizzare vuol dire evitare di sottoporre il paziente ad inutili rischi. La Pet-tac, lo ripeto, in campo oncologico, al momento non ha concorrenti».
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