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In Puglia e Basilicata

Veneziani: basta col Sud di Saviano e Carofiglio

19 Marzo 2009

di LEONARDO PETROCELLI 

«Un tentativo eroico e un po' folle ». Marcello Vene ziani, intellettuale e giornalista biscegliese, definisce così la sua ultima fatica Sud. Un viaggio civile e sentimentale (Mondadori, pp. 200, euro 17.50). E probabilmente non si può dargli torto. Anche perché il volume non nasconde una divertita soddisfazione nel mettere alla porta i dati economici e le alchimie politiche, in favore di un viaggio emozionale attraverso il cuore caldo del mezzogiorno: i grandi uomini bagnati delle luci della ribalta, le piccole grandi maschere meridionali che hanno contribuito a scolpire una cultura di massa, passando per un’infinità di aneddoti e pennellate suggestive. Da Vico a Mario Merola, dunque. Un’opera disorganica eppure così lineare nel suo messaggio più intimo: «torniamo a parlare di Sud». Ed è proprio questo lo spirito che ha innervato la presentazione del volume di Veneziani, ieri sera all’Hotel Excelsior di Bari. Non un’arringa monocorde, ma un coro a tre voci. Quella dello stesso Veneziani e quelle del sociologo Franco Cassano, padre nobile del «pensiero meridiano », e di Lino Patruno, che è anche autore di Terroni alla riscossa, sempre sulle tematiche del Mezzogiorno. 

Introdotto da Tommi Bottalico, presidente di «Vita Activa» e moderato da Francesco Martucci, presidente del centro studi Arpa, il dibattito ha svelato una premessa essenziale: il Mezzogiorno è vittima di un racconto distorto. «Provo fastidio - spiega Cassano - per l’immagine dominante che si ha di noi. Un’immagine figlia di una serie di equazioni semplicistiche e generalizzanti». Sud uguale Gomorra, insomma. E non potrebbe essere diversamente. «Le nostre voci d’esportazione - rincara Veneziani - i vari Camilleri, Saviano, Carofiglio parlano del Sud come di una grande e perpetua inchiesta giudiziaria. Nell’immaginario collettivo abbiamo fatto un bel passo in avanti. Non più mafiosi, ma camorristi. Siamo saliti da Palermo a Napoli». 

E siamo precipitati in termini di consapevolezza. Non è un mistero che il Mezzogiorno stia smarrendo la propria identità nel mare magnum del mondo globale. «Il vero nemico del Sud - ammonisce Patruno - è lo spaesamento. Le nostre terre, ricche di odori e sapori, rischiano di divenire l’ennesimo non-luogo tecnologico e finanziario». O, nella migliore delle ipotesi, rischiano di distorcere le proprie caratteristiche peculiari. 
Se a questo aggiungiamo la fuga dei cervelli, «la meglio gioventù che se ne va», il quadro che ne rimane è desolante. «Siamo svuotati di ogni identità - continua Veneziani - non abbiamo leader né movimenti, non abbiamo idee né voci per esprimerle». E il quadro si fà ancora più doloroso sfogliando l’al - bum di famiglia e ricordando tempi lontani. Quelli in cui il regno Borbonico era al pari del resto dell’avanzatissima Europa o, più semplicemente, quelli in cui il Sud era autorevole rappresentante di se stesso prima di abbrutirsi in una dimensione paternalistica e servile da riscattare al più presto, riscoprendo la grandezza perduta. Magari attraverso un viaggio sentimentale e civile.
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